— ... Nessuno strazio. Il cadavere è finito in venti minuti, — mi spiega il dottor Faraglia, addentando un terzo sandwich, — ed è spolpato con una delicatezza veramente religiosa; lo scheletro resta intatto nella sua cella, composto come se preparato per un gabinetto anatomico. Con un sol colpo di becco il cranio è aperto dove l'osso frontale s'incastra alla nuca....
— Ma il vostro amico non mangia, non beve, — osserva cortesemente Lady Harvet. — Non sopporterete il clima di Bombay se non raddoppierete i vostri pasti.
Goa: «la Dourada».
Oceano Indiano. A bordo del Pedrillo.
14 dicembre 1912.
Nessuno ha voluto seguirmi a Goa. Gli amici sono rimasti a Bombay, già presi dalle varie dolcezze della metropoli ospitale. Andare a Goa, perchè? I perchè sono molti, tutti indefinibili, quasi inconfessabili; parlano soltanto alla mia intima nostalgia di sognatore vagabondo. Perchè Goa non è ricordata da Cook, nè da Loti, perchè nessuna società di navigazione vi fa scalo, perchè mi spinge verso di lei un sonetto di De Heredia, indimenticabile, perchè pochi nomi turbavano la mia fantasia adolescente quanto il nome di Goa: Goa la Dourada.
Oh! Visitata cento volte con la matita, durante le interminabili lezioni di matematica, con l'atlante aperto tra il banco e le ginocchia: ora passando attraverso l'istmo di Suez e il Mar Rosso, l'Oceano Indiano, ora circumnavigando l'Africa su un veliero che toccava le Isole del Capo Verde, il Capo di Buona Speranza, Madagascar.... Mi seguiva nel mio pellegrinaggio un compagno che non ho più rivisto da allora, e che aveva tutti i diritti a bordo della mia fantasia: aveva un fratello missionario a Goa: un fratello che non vedeva da anni, che quasi non ricordava, ma al quale doveva l'abbondanza invidiabile di francobolli coloniali e certe lettere che parlavano del Malabar e dei Gati, di tigri e di San Francesco Saverio e certe fotografie della Cattedrale e della missione tra i cocchi svettanti. Francobolli, lettere, fotografie, il nome di lui: Vico Verani: tutto m'è impresso nella memoria, come se visto da un'ora, anzi v'è impresso questo soltanto; e il viaggio sull'atlante mi pare la realtà viva, e pallida fantasia mi sembra questo cielo e questo mare: cielo e mare di stagno fuso, limitato da una fascia di biacca verde: la costa del Malabar....
Ancora una volta penso che i nostri sentimenti di fronte alle cose non sono che la magra fioritura di pochi semi deposti dal caso nel nostro povero cervello umano, nell'infanzia prima. Termina oggi il viaggio intrapreso a matita sull'atlante di vent'anni or sono, termina a bordo di questa tejera sobbalzante, una caravella panciuta, lunga trenta metri, alla quale è stata senza dubbio aggiunta la prima caldaia a vapore che sia stata inventata. Ma tutto questo è indicibilmente poetico e mi compensa della vuota eleganza dei grandi vapori moderni dalle cabine e dalle sale presuntuose di specchi e di stucchi Impero e Luigi XV, dall'odore di volgarissimo hôtel, dove è assente ogni poesia marinaresca, ogni senso della cosa nuova e dell'avventura. Qui tutto è poetico, e la mia nostalgia può sognare d'essere ai tempi di Vasco De Gama, di navigare alle Terrae Ignotae, alle Insulae non repertae....
Dormo in una cuccia dall'oblock a telaietti come una finestra settecentesca. Scorpioni, blatte, termiti in abbondanza, ma in compenso ho intorno immagini e statuette di santi: da Nostra Signora del Soccorso a San Francesco Saverio: con strane preghiere in portoghese, per l'ora del naufragio....; e il legno della cabina sa di salmastro e di decrepitudine, e stride, di notte, al rodio ritmico dei tarli.
Pochi viaggiatori a bordo; qualche mercante Goanese, e cinque monaci che ritornano a Goa dalle Missioni del Nord. Ho sperato subito di aver notizie del missionario sconosciuto:
— Sì, vado a Goa per vedere il fratello d'un mio amico. Vico Verani, Vielha Citade...