Un vallo senz'acqua circonda la torre e due ponti vi sono sospesi, che dànno ad una porticina ovale, minuscola, unica apertura nella mole bianca. Ed ecco fra il candore dell'edifizio e l'azzurro del cielo un'enorme forma nera e sinistra: il primo avvoltoio; poi un secondo, un terzo; poi sei, sette coronano la Torre, dànno al suo squallore un tetro motivo ornamentale. Questi grifoni funerari superano veramente l'orrore di ogni aspettativa; si direbbe che la Natura li abbia foggiati secondo il loro tetro destino; hanno ali immense, possenti al volo, fatte per gli abissi del cielo, ma che nel riposo lasciano pendere lungo il corpo, trascinano nella polvere con una sconcia stanchezza, artigli formidabili, ma senza la linea nobile dell'aquila, artigli fatti per affondare nella carne putrida, non per lottare con la preda viva. E alla base del petto, sopra una collarina di piume fitte, si innesta un altro animale, un tronco di serpente ignudo, gialliccio, grinzoso, dalla testa calva, con un becco oscuro ed occhi dallo sguardo insostenibile, dove s'alterna la ferocia ingorda alla viltà e alla malinconia.
La Dakma si corona di avvoltoi, non più calmi nel loro pensoso atteggiamento consunto, ma frementi, con i colli serpentini protesi verso una cosa nuova. Lungo la strada, a mezza costa della collina, biancheggia tra la polvere fulva e il verde del fogliame, il corteo funerario. È tutto candido; strana usanza opposta alla nostra, che ammanta di veli bianchi il dolore dell'ultimo addio.
— Entreremo anche noi nella Torre? — domando, non senza inquietudine d'una tale proposta.
— Nessuno, nemmeno l'Imperatore, potrebbe penetrarvi; soltanto una speciale setta di necrofori e il dastur accompagnatore, possono entrare.
— Il modello è molto semplice. — E il dottore mi disegna a matita un anfiteatro, diviso in tre circoli concentrici, suddiviso da raggi che formano tante cellette aperte: — Ecco: il cerchio interno, dalle celle minori, è per i bimbi, il mediano per le donne, l'esterno per gli uomini. Questo è il pozzo centrale, dove si raccolgono le ossa ignude, che un acquedotto sotterraneo trasporta al mare. La logica della barbara usanza? E barbara, perchè? Per i Parsi il fuoco è la manifestazione divina, anzi, la divinità stessa, come per il cristiano l'Ostia Consacrata. Rifuggono dunque dall'abbandonare il cadavere al rogo, come fanno gli Indu, per non offendere con la putredine la divinità; rifuggono dall'inumazione, perchè l'Avesta, il loro testo sacro, proibisce di lasciare alla decomposizione lenta della terra quel corpo, che fu l'agente di un'anima. Gli avvoltoi, gli uccelli sacri per rito millenario, sono forse i più adatti ad annientare la misera sostanza morta e a ritornarla nel ciclo vitale....
Ecco il corteo. Forse venti persone, interamente vestite di bianco, con la testa, il volto velati di veli candidi. Quattro portatori recano il cadavere resupino, coperto da un sudario leggiero, sotto il quale traspaiono le spalle aguzze, il profilo fine, le gambe scarne. I seguaci si tengono uniti a due a due con un fazzoletto attorto: il crati funerario, emblema di alleanza nella sventura. Il quadro è molto semplice e molto grandioso, quasi non triste; ricorda certe teorie cimiteriali sculpite nel marmo. Al primo ponte tutto il corteo si arresta, come per intesa, e solo qualche figura bianca segue il cadavere; parenti più consanguinei, la madre, il padre, un fratello. La barella è deposta dinanzi alla porticina aperta; i seguaci sostano pochi secondi dinanzi al cadavere, forse per una preghiera di addio. Di fronte è il dastur, il sacerdote Parsi con due addetti. Non altri, non altro; nessun gemito, nessuna lacrima, nessun gesto tragico; forse anche nella religione dei Parsi, come in quella dei Bramini e dei Buddisti, è cancellato il senso che noi occidentali abbiamo dell'io, e la loro filosofia millenaria attenua lo strazio del distacco senza ritorno. La barella è scomparsa nella porticina, che si è chiusa silenziosa, le ombre candide ritornano a due a due, unite sempre dal lino funerario, si allontanano senza volgersi indietro, come il rito prescrive, dispaiono fra i tronchi dei palmizi.
Ma in alto, nell'aria, è il turbinio fitto, spaventoso delle ombre nere. Dalle profondità dell'azzurro si avvicinano, ingrandiscono, precipitano con la velocità della pietra che cade, i grifoni funerari; sull'azzurro del cielo, sul candore della torre, le ali fosche sembrano attratte e respinte da un turbine avverso, fanno pensare alle grandi ali degli angeli maledetti. Ma nessun grido, nessuna lotta, uno stridìo querulo e sommesso, quasi timoroso di svegliare un dormiente.
Io ho un tremito leggiero, ho l'orrore dello strazio che non vedo.
— ... Un ottimo giovine. Prometteva di farsi un architetto valoroso, aveva vinto il concorso per il palazzo del Museo di Igiene. Suo zio l'avvocato Makalla....
Un architetto, un avvocato: uomini come noi, dunque, che hanno studiato i nostri libri, assimilate le nostre formule e le nostre idee, e le hanno potute conciliare con sentimenti remoti, ripugnanti dal nostro sentire, come quelli del selvaggio più sanguinario. E l'abisso tra uomo e uomo mi appare sempre più terribile ed incolmabile, e il mondo sempre più stridulo e buffo ed assurdo. Buffa ed assurda questa torre, circondata di alti palmizi, alternati alle aste della luce elettrica e del telegrafo, buffi ed assurdi quest'automobile e noi che sostiamo su questo pendìo come dinanzi ad un aereodromo, un ippodromo occidentale....