I miei amici di Bombay si adoperano invece per farmi vedere dell'India le cose che si lessero nei libri e che si videro dipinte. Esistono anche queste. Così, per cortesia di Monsieur Lebaut, l'agente famoso del famoso Hagembeck, assisterò, forse, ad una caccia alla tigre; per i buoni offici del dottor Faraglia, il medico italiano notissimo di Bombay, vedrò una danza di bajadere in una famiglia bramina tra le meno accessibili all'europeo. Da tre giorni mi si vuol condurre alle Torri del Silenzio. Ma non muore nessuno.
Quest'oggi Lady Harvet, una signora attempata e bellissima, tutta bianca, vestito, volto, cappello, capelli, con non altro di colorito che gli occhi azzurri, entra esultando nella sala di lettura del Majestic Hôtel: — È morto! — E seguìta dal figlio e dal dottor Faraglia, tutti esultanti: — È morto! È morto, ieri sera, un parsi di qualche importanza, l'architetto Donald-Antesca-Cabisa; i funebri saranno oggi, alle 18: siete fortunato; abbiamo il tempo di fare una gita sull'Esplanade e di salire alla collina di Malabar per assistere alla cerimonia; faremo il lunch nel Tower's Garden; abbiamo le provviste con noi....
Ed eccoci in auto a tutta corsa, — io che vado così volentieri a piedi, lentamente, gustando in questi primi giorni la gioia di premere la nuova terra, — e la città ci sfugge ai lati come una film svolta troppo vertiginosamente. Ecco l'Esplanade, dove l'ansare delle automobili, lo scalpitìo degli equipaggi, si fonde col vociare di una folla composta di dieci razze diverse e il suono di venti bande militari. È la passeggiata, il Bois de Boulogne di Bombay: interessante, misto, illogico, come un quadro futurista: tutti i veicoli: carrozzelle indigene, tirate da zebu gibbosi, dalle corna dorate, elefanti gualdrappati fino a terra di velluti ricchissimi, dai quali non emergono che i quattro zoccoli enormi, le zanne tronche, la proboscide, gli orecchi agitati di continuo come due ventagli; carrozze dai cavalli candidi precedute da araldi ansanti e vocianti: e dentro è adagiata la moglie, la figlia di un funzionario inglese, e la biondezza della signora, stilizzata secondo l'ultimo figurino europeo, fa uno strano contrasto con la magnificenza esotica ed arcaica dell'equipaggio, con i turbanti e i velluti dei cocchieri, con la nudità bronzata degli araldi. L'auto di un ricco Parsi, l'auto del Vescovo di Bombay, che sorride fra due prelati e benedice con la mano alzata di continuo la folla che s'inchina o s'inginocchia riverente.
In quest'ora di grande animazione, non ostante le rotaie, le automobili, le vesti parigine, la città ricorda Babilonia ed Alessandria, Roma e Bisanzio, i tempi favolosi; dà un senso di ricchezza e di abbondanza; dà un senso d'invidia inevitabile, fanciullesca, di rancore ingiusto, contro questi Inglesi, così forti e così ricchi, padroni di mezza la Terra....
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I secondi padroni di Bombay, dopo gli Inglesi, sono i Parsi. I Parsi, da non confondersi con gli Indu (io li confondevo addirittura con i Paria: è desolante l'ignoranza di chi muta d'improvviso venti gradi di latitudine senza qualche studio preventivo), da non confondersi con i Maomettani, gli Afgani, dai quali differiscono come un tedesco da un arabo. I Parsi sono i discendenti degli antichi Persiani emigrati dalla Persia in India, dopo la conquista di Maometto. È veramente biblico e grandioso il destino di questi seguaci di Zoroastro, che, per non rinnegare il Sole, loro divinità, abbandonarono, dodici secoli or sono, la patria, giunsero raminghi e perseguitati in India, rifugiandosi prima a Diu; poi a Tabli; trattando con i Marajà per avere un'ospitalità non molestata. Furono, invece, molestatissimi per quasi un millennio, e la loro pace e la loro floridezza non data che dalla conquista degli Inglesi, i quali riconobbero le loro qualità, li incoraggiarono e li protessero. Oggi sono nelle mani dei Parsi i più grandi capitali di Bombay. Dipende dai Parsi gran parte del movimento politico, escono dai Parsi i migliori commercianti e i migliori laureati. Eppure, nessuno è più del Parsi ligio al suo passato, nessuno è meno di lui affetto da anglomania. Molti Indu vanno in tuba e in isparato. I Parsi vestono come mille anni fa, quando vennero profughi da Persepoli; gli uomini con una larga zimarra bianca, sul capo un'alta tiara nera simile ad una mitra (la cosa che più colpisce l'europeo sbarcato da poco); le donne si avvolgono di sete a vivi colori, giallo-zolfo, gridellino, rosso ciliegia, verde-salice, che dànno rilievo ai capelli nerissimi e al pallore ambrato del volto. Come alle loro foggie millenarie, così sono ligi alla loro fede e ai loro riti: la dottrina di Zoroastro, ispirata alla religione degli elementi creatori e conservatori, il Sole prima di tutto, e il Fuoco, imagine del Sole sulla Terra. L'Inghilterra, che tollera tutti i riti, tollera anche la Torre del Silenzio e le usanze funebri dei Parsi, che sono certo le meno conciliabili col nostro sentimento occidentale.
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Si sale lungo il Colle di Malabar; la città si abbassa rapidamente, si offre tutta allo sguardo che la domina e ne gode come si gode di Napoli dall'altura di Posillipo: una Napoli tripla, adagiata tra le montagne del Dekan, il Borg-Hat, il Golfo di Bak-Baj e l'Oceano Indiano; coronata da una vegetazione barbara, inconciliabile col nostro clima, immersa in una luce intollerabile sotto il nostro cielo. L'automobile ascende lungo la strada rossiccia, corre all'ombra dei cocchi, dei baniam: gli alberi dalle radici multiple, ascendenti, discendenti, moltiplicanti i tronchi all'infinito. Si riesce all'aperto, si scende in un giardino lindo, fra grandi ajuole di rose del Bengala. Prendiamo posto sotto una veranda intrecciata di grosse campanule strane, e subito son tolte dall'automobile la tavola portatile, le provviste, che Lady Harvet dispone in un grande vassoio: quei vassoi, che sono la tavolozza gastronomica dell'invidiabile appetito inglese, contenenti venti prodotti di tutti i climi: latte, miele, thè, marmellate indigene ed europee, canditi, sott'aceto, salati, e frutti tropicali.... Spolpo un frutto, un mangustani, che si mangia nella sua corteccia come un sorbetto, mitigando col succo di limone la sua dolcezza troppo aromatica; guardo intorno: il giardino ridente domina tutta Bombay, ma è deturpato dalla Società del Gaz, che ha insediato tra gli alti fusti delle palme-palmira un serbatoio colossale.
— Un gazometro? È la Torre del Silenzio, la maggior Torre; quelle altre sono le Dakmas minori, usate in caso di pestilenza.
La mia delusione è grande. Tower of Silence: il nome shelleyano mi prometteva non quel cilindro imbiancato a calce, ma quanto di più fantastico ha scolpito nella pietra la poesia della morte.