17 dicembre.

Sono salito sul ponte all'alba. Si costeggia la terra. Il verde s'è innalzato come una cortina che si prolunga all'infinito. Sono i cocchi, gli alberi che regnano le coste di tutto il Malabar, di Ceylon, della Papuasia: compatti, monotoni, abbarbicati fin sulla sabbia, tanto che l'alta marea inghirlanda i loro tronchi d'alghe e di attinie. Sono i cocchi, la nota visiva dominante di queste contrade, le palme selvaggie che dànno al tropico quel suo profilo nostalgico. E non so come un mio compagno di viaggio li possa chiamare datteri, confonderli col dattero africano dal tronco a colonna, fatto di scaglia e di stoppa, dalle foglie di latta rigida, arido compagno del deserto e della piramide. Il cocco è l'amico della pagoda, il figlio dell'ombra umida e calda. I tronchi si profilano bianchi sulla compagine verde, obliqui, sottili come steli di gramigne favolose, lancianti a venti, a trenta metri nel cielo il razzo verde delle foglie espanse, gigantesche, ondeggianti con una grazia infinita sul tronco troppo gracile. Appoggiato al parapetto del ponte, col mento chiuso tra le mani guardo da un'ora quell'unico scenario di creature vegetali. La loro bellezza m'incanta....

17 dicembre, pomeriggio.

E non immaginavo una città cristianissima sepolta sotto l'ombra selvaggia.

Il Pedrillo ha risalito l'estuario della Mandavj, ci ha deposti sull'imbarcadero malfermo della Vielha Citade, ed è ripartito in tutta fretta verso la Nova Citade, prima che la bassa marea lo paralizzi su queste rive.

Da due ore m'aggiro per la più strana, la più triste delle città morte. L'Oriente è pieno di città che furono. Ma risalgono a millenni, nella notte delle origini buddiche e bramine, ce le fa indifferenti l'abisso del tempo, della razza, della fede. La nostra malinconia ritrova invece a Goa lo spettro di cose nostre: conventi, palazzi, chiese del Cinquecento e del Seicento: una vasta città che ricorda a volte una via di Roma barocca o una piazza dell'Umbria: una città che fu suntuosa e ricca, sorta per imposizione della croce e della spada, città che conteneva trecentomila abitanti ed ora ne conta trecento: tutti monaci o guardiani dei palazzi e delle chiese crollanti, testimoni indolenti che non ristorano una pietra, rassegnati all'opera implacabile del clima e della foresta. Per le cose come per gli uomini il tropico è deleterio; e sotto questo cielo di fiamma e d'uragano i secoli contano per millenni. La città è vastissima, ma sono pochi gli edifici completi. Avanzo a caso, senza una mèta, senza una commendatizia, scortato da un monello vivace che m'interroga sulla mia scelta: — Palazzo dell'Inquisizione? Chiesa di San Francesco Saverio? Cattedrale di Nostra Signora degli Elefanti? — E comincia a considerare il mio vagabondaggio trasognato con qualche inquietudine. Un edificio m'attira, un palazzo del Seicento, imponente, dalle grate panciute, dai balconi a volute aggraziate, recanti al centro, in corsivo, un monogramma o uno stemma padronale; e lo stemma è riprodotto in pietra sul vasto androne d'ingresso. Il cortile è circondato da un doppio loggiato barocco, a colonne spirali; ma il loggiato è crollato per una buona metà e s'apre sopra la campagna selvaggia. Seguo il portico a caso, entro nella vasta dimora. Ohimè! Vedo il soffitto; e, attraverso il soffitto, larghe chiazze azzurre: il cielo del tropico. Dei tre ripiani, delle fughe interminabili di sale e di corridoi, non resta più traccia, tutto è crollato, e il palazzo non è che una scatola, una topaja deserta, che serve di magazzino per le noci di cocco. In terra, fino a vari metri d'altezza, sono accumulati i grossi frutti chiomati che fanno pensare a piramidi di teste tronche. Esco all'aperto, mi siedo sotto il portico sopra un capitello infranto, mi disseto ad un cocco che il guardiano rompe e mi porge.

— Di chi è il palazzo?

— Dell'Abbazia.

— Ma chi l'abitava, chi l'ha fatto costrurre?

Il guardiano non comprende, mi guarda perplesso. Accenno allo stemma che traspare anche qui, sul selciato consunto. L'uomo non sa, fa un gesto d'indifferenza.