— Chi può sapere? Un conquistador, nei tempi dei tempi....

Ma quale conquistador? È mai possibile che tre secoli possano annientare a tal segno ogni memoria del nostro passaggio sulla terra? E la memoria di uomini possenti, di dominatori temuti ed invidiati che empirono il mondo delle loro gesta e del loro nome, che il loro nome imposero con la croce e con la spada, scolpirono in marmo ed in ferro sui loro palazzi magnifici. Fu un Diego Lajnez? Un Alfonso Dequero? Un Manrico Tizzona? Forse ne ho già incontrati gli occhi sopraccigliuti in qualche galleria europea, in una tela di Velasquez o di Van Dyck, uno di quei conquistador mezzo mercanti, pirata, guerriero, esploratore che s'avanzano in tutta la pompa delle sete, delle piume, dei velluti, recando la consorte per mano, una pingue signora a riccioli simmetrici, sorridente nonostante il ferreo busto ad imbuto, la gorgiera crudele; e la prole segue in bell'ordine, già tutta imbustata e corazzata come i genitori, e un servo negro reca una scimmia sulla spalla e un pappagallo nell'una mano, sollevando con l'altra una cortina di velluto, e tra le due colonne appaiono le galee potentissime, d'innanzi al porto d'una città favolosa: Goa. Goa la Dourada, Regina dell'Oriente, orgoglio dei figli di Luso, quando sui dominii portoghesi il sole non tramontava mai. «Chi ha visto Goa non ha più bisogno di veder Lisbona».

Ancora una volta tocco l'ultimo limite della delusione, sconto la curiosità morbosa di voler vedere troppo vicina la realtà delle pietre morte, di voler constatare che le cose magnificate dalla storia, dall'arte, cantate dai poeti, non sono più, non saranno mai più, sono come se non siano state mai!

Strade interminabili, alternate di palazzi cadenti, vuoti come teschi, di verzura selvaggia sopravanzante alti muri massicci, di torrioni rivestiti di capillarie pendule, di liane gonfie, maculate come pitoni; e chiese, ruine religiose più tristi delle ruine profane. Sosto nella frescura ombrosa d'un frammento di vòlta a sesto acuto, rimasta in piedi per prodigio, poichè sorretta da un solo muro superstite. La mia nostalgia s'illude per un attimo d'essere in una chiesa diroccata della Romagna o dell'Abruzzo. Ma tre scimmie oscene — vero simbolo apocalittico di Satanasso — occupano il vano dell'abside, una frotta di pappagalli minuscoli corre sulle quattro ogive; non l'edera, non la lucertola amica animano la pietra morta, ma uno strano rampicante dai fiori sogghignanti, e i camaleonti diabolici, dagli occhi strabici.... Dall'alto un cocco ha introdotto nella chiesa una foglia immensa e l'agita lento, proiettando in terra l'ombra di una mano che benedica.

La malinconia della città morta è tutta nel contrasto di questo medioevo europeo, di questo passato nostro, sepolto sotto un cielo d'esilio, in una terra selvaggia.

Non ho altra mèta, altra indicazione in questa solitudine di piante e di ruine che il nome di un italiano non conosciuto mai: e lo ripeto a tutti i rari passanti; ma nessuno sa indicarmi il suo convento. I conventi sono molti e passo dall'uno all'altro inutilmente; nessuno conosce Vico Verani e senza il suo nome religioso sarà difficile la ricerca; e non ricordo quel nome. Mi consigliano di rivolgermi alla Cattedrale dov'è la Direzione Ecclesiastica con tutti i registri....

Affretto il passo, seguìto dal monello goanese che si interessa a quella ricerca con grandi esclamazioni grottesche, e agitar d'occhi e di braccia: una mimica eccessiva che rivela il rampollo di razza bastarda. Si arriva nel centro di Goa: solitudine, silenzio, morte anche qui. Formidabile come una fortezza il Palazzo della Santissima Inquisizione: inquisizione più spaventosa di quella europea, causa prima della decadenza d'un dominio coloniale che non ebbe l'eguale in grandezza.

Ecco la Cattedrale, chiesa abbaziale delle Indie, moschea trasformata in tempio cristiano da San Francesco Saverio. Ed ecco la chiesa del Bom Jesù su di una piazza deserta, ombrata di palme. Visito la tomba del Santo, suntuoso mausoleo barocco di giada, di marmo, d'argento. Il corpo del Santo fu ufficialmente dichiarato Vicerè delle Indie e Luogotenente generale; il vero governatore che giungeva dal Portogallo doveva chiedere il permesso alla salma idolizzata, e ancora al principio del secolo XIX egli veniva in gran pompa a questa chiesa prima di prendere il suo posto: il rito voleva che ritornasse a colloquio con le sante reliquie, prima d'ogni decisione importante....

Il monaco mi fa passare nelle sacrestie: attraversiamo un cortile interno, vasto e murato, dove lo stile tozzo d'altri tempi, la malinconia secolare fanno uno strano contrasto con la verzura ed il cielo abbagliante. Si sale al primo piano; nella biblioteca sono presentato al Padre Superiore. Il monaco m'accoglie benevolo, fa togliere dagli scaffali tre, quattro registri di epoche diverse, sfoglia con rapidità accurata, appuntando sulla carta giallognola l'indice gemmato d'una grossa pietra violacea. Nel silenzio considero quella tonsura grigia ed occhialuta, la persona massiccia nella tunica nera e bianca, e l'altro compagno silenzioso, scarno, irrigidito, addossato ad un planisferio antico recante a figure di belve e di selvaggi i confini portoghesi. E dietro le spalle del padre, dietro l'alta sedia a bracciuoli, s'apre la vetrata, appare un cortile alberato dove una schiera di monelli indigeni, dai volti più foschi nel camice bianco, fanno esercizi ginnastici accompagnati da una specie di canto liturgico. Odore d'incenso putrido, di tabacco aromatico, di tempo e di santità, odore di fiori sconosciuti e di miasmi tropicali. Ho l'incubo. Guardo con impazienza ansiosa l'indice che scorre sul vasto registro. Il silenzio mi pare eterno. E mai avrei pensato di tanto desiderare l'incontro d'un italiano, sia pure il fratello sconosciuto di un amico dimenticato.

Il padre s'arresta, legge finalmente: