— Padre Miguel, al secolo Vico Verani, convento di Santa Trinidad, insegnante di teologia dal 20 settembre 1884, ordinato nel 1891 e....
Il padre alza il volto, mi fissa con occhi placidi:
— È morto il 22 ottobre 1896.
Un silenzio.
— Si dura poco, sotto questi climi, caro signore.
La solitudine mi par più completa, più vivo il desiderio di andarmene, ora che so di aver seguita la traccia d'un morto nella città morta. I monaci m'offrono ospitalità, insistono; ci sono dieci chilometri prima di arrivare a Pandjim, la Nova Citade dove posso trovare un albergo; la notte mi accoglierà a mezza via. Poco importa. M'accomiato; salgo su un trespolo a zebu, un veicolo che ricorda una bara o una bigoncia, dove il viaggiatore si adagia quasi supino, sollevando e abbassando sul volto una specie di paracuna. E si parte di gran corsa verso la Goa moderna.
Goa moderna: ma sembra una città di provincia dei tempi andati, una capitale di qualche Republica dell'America Centrale, sul finire del secolo XVIII. Passo la mia sera nel modo più banale, pur di convincermi di vivere ancora, di essere sempre ai giorni nostri. Entro in un cinematografo. Passo in un caffè, tra questa folla numerosa, così diversa dalla corretta eleganza degli Inglesi e dalla grazia dignitosa degli Indu, folla di meticci portoghesi che si riprodussero come la gramigna sotto questo cielo, sopravvissero alle ruine, più tenaci della pietra, e che si chiamano pomposamente Toupas, cioè europei «che portano il cappello», ma che d'europeo non hanno più nulla, con quelle spalle gracili, le gambe smilze, il volto olivigno, angoloso, dagli occhi vivi, ma scimmieschi sotto la fronte depressa; e hanno atteggiamenti grotteschi di cavalleria, sono lisciati, impomatati, portano in giro sigari enormi e compagne languide, che sfoggiano i figurini di dieci anni or sono, il ritagliume che loro invia qualche fondo di magazzino europeo.
Sorseggio un bicchierino d'arach, il liquore nazionale, il massimo commercio della colonia. Tra il vociare aspro e sconosciuto che m'assorda e il fumo che m'accieca e mi soffoca, ricordo con qualche cartolina illustrata qualche amico d'Europa. E osservo che i francobolli recano ancora l'effige di Don Carlos; la florida ciera del monarca trucidato mi sorride sotto la correzione violenta a grossi caratteri neri: Republica. Sic transit. Non so perchè questo particolare chiude con un'ultima tristezza questa sosta portoghese, giornata malinconica tra le più malinconiche del mio pellegrinaggio.
Esco dal caffè, passeggio pei giardini, m'allontano lungo il mare fin dove cessano i fanali a gas ed appaiono tutte le stelle del cielo tropicale, dominate dalla Croce del Sud; s'ode nel buio il crepitìo caratteristico che fanno le foglie dei palmizi fruscanti tra loro, alla brezza marina. E tento di ricordare e di ripetere come una preghiera sulla tomba della città defunta un sonetto di De Heredia, per la patria lontana.
Morne Ville, jadis reine des Océans!