È l'alba, ma la terra non è in vista. Il mare è furente.
Immune, per mia fortuna, dal mal di mare, ma stordito dalla notte insonne, dolente per le cinghie di sicurezza, sono disteso nella mia cabina, e sento i lagni dei vicini, gli ordini recisi degli ufficiali e il rombo dell'elica, che a tratti turbina nel vuoto. Poi anche l'elica tace; la nave s'arresta; salgo sul ponte, barcollando. — Il Bangalore «ha stoppato» — mi spiega un ufficiale della British India, che s'ostina a parlarmi italiano, — perchè si attende il rimorchio. — Siamo nell'Arcipelago perlifero, tra banchi malfidi, non conosciuti che dai pescatori indigeni.
È il mare che dà le più belle perle del mondo; lo pensavo diverso, ricco di bagliori e di tinte vive, sotto un cielo di fiamma; sembra, invece, un mare nordico o meglio un oceano primordiale, quando l'acque ed i continenti non avevano ben divisi ancora i loro confini; l'orizzonte sembra di stagno fuso, agitato non dal vento, ma dalla corrente che pulsa e ripulsa nei bassifondi e qua e là spumeggia e ribolle come se sconvolta dalla mole colossale di un mostro sottomarino; il cielo afoso e torbido, dal quale il sole proietta i suoi raggi a fasci disuguali, accresce l'illusione malinconica di oceano antidiluviano. Veramente si aspetta di veder emergere il dorso immane, l'alto collo serpentino, la piccola testa vorace d'un Itiosauro. Biancheggiano all'orizzonte, circondate di spume più furiose, le isolette che collegano Ceylon alla parte meridionale dell'Industan: così vicine e regolari che, a bassa marea, servono per l'emigrazione degli elefanti sul continente. Formano per gli Indu il Ponte di Rama, quello che servì all'eroe vedico per irrompere dall'India all'isola dov'era la Principessa captiva; e formano per i cristiani l'Adam's Bridge: il ponte d'Adamo, che fu passato dal primo uomo piangente, cacciato con la sua compagna dalle valli incantate dell'Eden...
La nave ancorata su queste acque ribollenti e ripulsanti, s'agita in un beccheggio impaziente.
E il rimorchiatore non giunge.
Tuticorin, 5 gennaio.
Siamo approdati a Tuticorin in una specie di chiatta a vapore sulla quale ci hanno sbalzati ad uno ad uno, come balle di mercanzia, cogliendo l'attimo in cui l'onda innalzava il vaporetto all'altezza del piroscafo.
Tuticorin è la città famosa delle perle. Ma da tre anni la pesca è proibita dall'Inghilterra. Si depredavano i banchi perliferi senza metodo e senza tregua. Le valve aperte e gettate in una speranza mille volte delusa, formano bassifondi alti quindici, venti metri, tracciano nuove spiagge, modificano, nei secoli, il profilo del litorale.
E nella città delle perle, naturalmente, non troviamo una perla. Quelle che ci mostrano i mercanti girovaghi, troppo grosse e perfette, troppo nivee nella palma color di bronzo, m'hanno tutta l'aria d'essere fabbricate da un impresario tedesco in una vetreria di Calcutta o di Bombay. Quelle in vendita dai gioiellieri accreditati, che si cedono con regolare contratto e garanzia consolare, hanno prezzi favolosi e non sono bellissime. La merce migliore è interdetta al viaggiatore, e incettata per i grandi mercati di Londra e di Amsterdam.
Degno di nota il sobborgo degli intagliatori, raffinatissimi, per abilità ereditaria di casta, nel lavorare l'ebano, l'avorio e la madreperla: scolpiscono, cesellano elefanti, amuleti, idoletti secondo il modello immutabile nei millennii; un cieco ha intagliato sulla zanna intera di un elefante tutta la leggenda di Rama; e gli episodi si svolgono a spirale, in gruppi non privi di vivezza e di grazia, con un'arte che ricorda i nostri primitivi.