I passeri minuscoli, rossi o verdognoli spruzzati di bianco irrompono in fretta da una parte della sala, l'esplorano, l'attraversano a volo, rientrano; il mio braccio bruscamente proteso per prendere un libro, li inquieta, irrompono in cucina, ritornano impauriti dallo sfaccendare dei boys, turbinano due volte nella sala da pranzo, si dispongono nei trafori delle pareti, in attesa; alcuni, più audaci, considerano che non mi decido ad andarmene, scendono, si posano sulla spalliera delle sedie, sugli scaffali, in terra, a beccare le briciole della colazione, e ad uno ad uno scendono tutti, saltellano con un pigolio sommesso, ormai fiduciosi nell'uomo vestito di bianco. Avanzo un braccio, getto un giornale per vedere fino a qual segno giunga la loro audacia, e i piccoli temerari si scostano appena.

Nell'afa silenziosa quel cinguettio tracotante s'accorda col tic-tac del vecchio Robert che ha segnato le ore di tante vite in esilio, s'accorda col canto in sordina dei boys.

Patrick e Matthew non sfaccendano più.

Sono distesi in terra con le spalle al muro, dormono e cantano. Il loro sogno indolente si traduce per sè stesso, attraverso i denti chiusi, in una musica sonnolente e bizzarra: azione riflessa, commento delle cose, parafrasi della solitudine e dell'esilio, del caldo e del silenzio...

Da Ceylon a Madura.

A bordo del Bangalore, 3 gennaio 1913.

E anche l'isola abbagliante diventa un ricordo, cade nel passato. Tutti sono sul ponte a dirle addio. Turisti londinesi che fanno sino a Colombo la loro corsa di due mesi, mercanti olandesi e belgi di cannella e di perle, tamili che ritornano in India dopo il lavoro annuale nelle piantagioni cingalesi di thè e di caffè, tutti sono sul ponte, con occhi fissi alla terra verdeggiante e con un diverso rimpianto; la nave lascia il porto, già beccheggiando al primo corruccio del largo.

E l'isola si vela d'improvviso, quasi per troncare la malinconia degli addii. Dal Picco d'Adamo alle foreste del litorale tutto è avvolto in pochi secondi da una cortina di nubi tondeggianti, cupe e concrete come se scolpite nel marmo livido, mentre il cielo intorno e sul nostro capo resta azzurro e tranquillo; nella cornice fosca, simile all'ovale di nubi artificiose di certi Inferni e di certi Diluvii, guizzano, s'intrecciano lampi azzurri e violetti, e lo scenario interno s'accende di un riverbero sanguigno, profilando in nero i palmizi scapigliati; un'acquata torrenziale, ignota ai nostri climi, appare di lungi, riga il centro del quadro di striature oblique di cristallo; un rombo indescrivibile accompagna l'uragano equatoriale, simile all'orchestra di mille gonghi formidabili.

La nave s'allontana nel sereno, ma il mare è agitato. L'onda freme di continuo in questo Stretto di Manaar che, per fortuna, attraverseremo in una notte soltanto. E domattina, prima dell'alba, sbarcheremo a Tuticorin, la città più meridionale dell'Industan.

4 gennaio.