Esco all'aperto, ristorato dal bagno, per distrarmi al risveglio della foresta, delizia e meraviglia sempre nuova ai miei occhi europei. Seguo un sentiero appena tracciato nella densità del verde, ma per la prima volta questa natura paradisiaca m'appare ostile, inquietante come un paesaggio antidiluviano, sul quale debba profilarsi un pleosauro o un iguanodonte. Attraverso l'intrico della flora demente, dalla profondità delle valli, giunge ancora una volta il suono delle campane delle Missioni, poi tace e mai mi son sentito così solo, benchè Patrick e Matthew mi seguano recando il fucile, le reti, le pinze. Ma quest'oggi non uccideremo. È nato nella mia terra il fratello di Gautama: la Bontà Suprema, che ogni tanti millennii s'incarna e culmina in un uomo, s'è «destata» un'altra volta in uno «svegliato».

Avanziamo in questi stretti sentieri simili a corridoi nel verde, scavati dalle escursioni notturne degli elefanti selvaggi. Sono le otto del mattino; la mezzanotte è dunque imminente in Italia, le mense a quest'ora s'inghirlandano di vischio e d'agrifoglio, le finestre s'illuminano nelle tenebre glaciali, nevose della notte sacra. Qui è mattino estivo, una luce abbagliante che giunge mitigata dalle cupole delle felci arborescenti, come un verde tremolio sottomarino; è il tepore di serra calda che dura eterno su questa fascia equatoriale della terra, una quinta stagione senza nome ch'io chiamerei Euforia; la demenza beata che accompagna le agonie senza fine di certi consunti. In questo tepore eterno, mitigato nella sera e nella notte da un'ora di pioggia torrenziale, la flora raggiunge misure, linee, tinte incredibili; e questa bellezza e questa stagione che non mutano, aggiungono alla mia nostalgia d'oggi un altro sgomento fatto di pensieri indefinibili; le primavere, dunque, le estati, gli autunni, gli inverni immortalati nei capolavori della poesia, della pittura, della musica europea, non sono che il prodotto d'una latitudine — tristezza, relatività di tutte le cose, anche di quelle che veneriamo come divine, ed immortali — tristezza ancora più profonda al pensiero che questa terra perennemente verde non è che la sottile zona d'un'estate eterna che copriva, all'inizio, tutto il nostro globo — sgomento puerile, ma invincibile al pensiero che la nostra patria è già immersa nella curva della terra che si spegne, che l'inverno, la notte glaciale e nevosa che l'avvolge in questo mio chiaro mattino, è già l'imagine della notte glaciale eterna che s'avanzerà nei tempi e guadagnerà i tropici e raggiungerà fin su questa zona privilegiata l'ultimo esemplare dell'umanità moribonda....

Non è gaio il mio Natale, e la flora che mi circonda non è consolatrice, mi ricorda di continuo la spaventosa distanza dalla patria; l'illusione non è possibile nemmeno limitando lo sguardo in terra; il piede s'avanza ora fra muschi, licheni mostruosi simili a polipi o a masse madreporiche, ora passa sul tappeto cinerino della mimosa azzurra cingalese, e il passo lascia una strana impronta che s'allarga in pochi secondi, con la contrazione dolorosa del mollusco offeso. Ai lati, in alto, è il tripudio della flora vegetale e della flora vivente; strani insetti (fasmidae, phillum, ecc.) imitano i rami e le foglie, farfalle enormi abbagliano nel volo, come una brace verde e azzurra, e, posate, si chiudono in un grigiore di foglia morta; fiori strani, petali di carne rosea e sanguigna, di porcellana candida o azzurra, fiori che nessuna parentela hanno con i nostri, foglie più belle dei fiori, a cuore, a calice, a scudo, lobate, dentate, frangiate, bianche venate d'azzurro e di rosso, rosse venate di bianco e di violetto, felci arboree agili come zampilli verdi, felci nane, capillarie fluttuanti nell'aria, come in fondo ad un acquario; e tutto è immutato, come ai tempi delle origini, quando non era l'uomo e non era il dolore....

.... Le undici; il sole è quasi a picco; il paesaggio favoloso si scompone nelle lontananze verdi, al gioco dei miraggi; i tronchi serpeggiano nell'aria che si dissolve tremando come l'acqua d'un rivo. Rientro nel bungalow. Ma sulla soglia Matthew che mi precede s'arresta con alte grida di paura e di giubilo:

Cobra! Cobra! The best wish for you! Il migliore augurio per voi!

Strana fantasia dell'India, che ha simbolizzata la speranza gioiosa in questo messaggero di morte certa! — Tkatura — Tka: «ancora — sette — passi» lo chiamano i cingalesi, perchè, si dice, la vittima barcolla sette passi ancora, poi cade irrigidita. È certo tra i rettili più micidiali, ma la sua apparenza non è formidabile. Questo che m'accoglie nel mio giardino è grosso poco più d'una biscia e fuggirebbe volentieri se il boy non gli balzasse intorno impaurendolo con le grida e con la rete; il cobra s'è raccolto a spire, erigendosi a mezzo il corpo con la gola gonfia, espansa dall'ira, e la piccola testa triangolare dagli occhi rossi come rubini, dalla lingua bifida dardeggiante, gira intorno, su sè stessa, vigilando l'uomo, pronta alle difese.

Ma l'uomo lo lascia e il rettile si snoda, s'allunga, dispare nel folto; sia grazie anche a lui in questo giorno di Natività....

A tavola, solo. La saletta mi dà qualche illusione d'Europa, illusione che accresce, non mitiga la mia nostalgia. È singolare il contrasto fra la lindezza tropicale, le pareti bianche di calce, traforate a mezzo, fino al soffitto, e la pesantezza presuntuosa e vetusta dello scarso arredo che ricorda le sale d'aspetto di certi dottori o di certi curati; quattro sedie in giunco, un divano esalante da troppe ferite l'anima di stoppa, una mensola Impero con sopra un pendolo Robert di qualche pregio, uno scaffale con una Bibbia enorme, alle pareti un'oleografia moderna dei Reali d'Inghilterra e due incisioni antiche: Amsterdam del secolo XVII; cose tolte a qualche vecchio bungalow e giunte a Ceylon al tempo della dominazione olandese, quando i mercanti fiamminghi giungevano all'isola favolosa, non anco ben definita sugli atlanti, dopo un anno d'avventure su velieri mal fidi, circumnavigando l'Africa e l'India....

Patrick e Matthew vengono e vanno silenziosi, vigilando ogni mio gesto con quello zelo devoto che è la grande virtù dei servi indiani e la meraviglia di tutti i viaggiatori. Matthew ha posto in mezzo al tavolo, dentro una latta per conserve, un fascio enorme d'orchidee, raccolte nella gita di stamane, e un piatto di manghi enormi. Mi sono avvezzo agli strani frutti che si spaccano offrendo una polpa gelida, mantecata come un sorbetto, odorosa di muschio e di creosoto; strani frutti che si direbbero preparati da un confettiere, da un profumiere e da un farmacista. E da un orefice si direbbero ideate le orchidee che ho dinanzi; petali di lacca policroma, polverizzata di mica, gole fantastiche e sogghignanti di draghi nipponici, petali gibbuti, cornuti, panciuti, nell'interno iridescenti come le tinte intravviste nei toraci aperti delle bestie macellate; il fascino dà l'incubo della peste e del malefizio, e nell'afa pomeridiana emana un odore fetido insostenibile. Faccio allontanare il mazzo favoloso che a quest'ora, in una sala europea, sarebbe omaggio non indegno d'una principessa, e quanto volentieri lo cambierei con un ramo natalizio di agrifoglio spinoso a bacche rosse o con un ciuffo di vischio perlato!

Ed è l'ora dell'afa pomeridiana, della siesta tropicale sulla sedia a sdraio, e l'ora del silenzio favorevole alla vista dei bengalini.