Attraversiamo il giardino per andare al teatro: è tardi. I padroni non ci seguono: perchè? Perchè, mi spiega Faraglia, è la terza sera che la bajadera si produce, ed è la sera riservata a tutte le caste, anche le caste con le quali un bramino non può avere contatto. Capisco, per questo siamo stati ammessi. È molto lusinghiero per noi!

Questi indù — quelli veri, ligi al passato, immuni da anglomania — hanno l'arte d'opporre alla tracotanza europea un orgoglio ben più fiero ed implacabile, dissimulato da tutta l'etichetta della più cordiale urbanità.

Il teatro, in fondo al grande giardino, è una semplice, vasta tettoia, sostenuta dai tronchi vivi dei palmizi simmetrici, come da snelle colonne vegetali. Da tronco a tronco la diramazione del gas acetilene — anche qui! — intreccia nell'aria i suoi serpentelli di stagno. Molte panche zeppe di torsi bronzei, di capigliature corvine, molte stuoie in terra ed intorno: una povertà primitiva che ricorda non un edificio destinato a una bajadera pagata mille rupie (1600 lire) per sera, ma una tettoia magazzino per legnami o cereali.

La danza è già cominciata quando prendiamo posto nelle prime panche che ci furono destinate; ho la fortuna d'aver dinanzi, a pochi passi, la danzatrice famosa. M'aspettavo di vederla ignuda o quasi, invece è la più vestita tra questa folla seminuda; ed è certo più vestita di una nostra signorina per bene in una serata di famiglia. Una snellezza alla Rubinstein, non so se illeggiadrita o ingoffata da un costume singolarissimo, formato di sete, di velluti, di tulli sovrapposti, che lasciano ignude le spalle e le braccia; ma dalle spalle alla gola, dalle spalle alle mani è uno scintillìo d'oro e di gemme, oro e gemme autentici, poichè così è prescritto dalla regola monastica, tutto un tesoro che tremola e corrusca sulla fine epidermide bruna: oro giallo del Coromandel, perle di Manaar, rubini, smeraldi, zaffiri di Ceylon; e dalle stoffe, dall'oro, dalle gemme emergono ignudi soltanto la maschera del volto, le mani, i piedi perfetti. Il volto! Non ho più potuto distoglierne lo sguardo. In una razza dove tutti: uomini, donne, vecchi, bambini, sembrano scelti da una giuria artistica, passati e corretti in un istituto di bellezza, si può comprendere a quale prodigio d'armonia impeccabile giunga una bajadera, un esemplare che è il prodotto d'una selezione millenaria. E quel volto sarebbe in verità troppo bello, troppo grandi gli occhi, piccola la bocca, regolare il profilo, troppo simile a certe miniature indiane che credevo di maniera, se la maschera perfetta non fosse agitata, scomposta dai sentimenti dell'anima in tempesta. Il gioco mimico è così espressivo che io temo per qualche secondo che la donna sia furente contro di noi. Ma non è furore, è dolore, è ansia mortale che s'accresce viepiù, contrae la bella bocca, dilata le narici vibranti, increspa i vasti sopraccigli.... È il volto di un'agonizzante, contratto da una visione spaventosa.

Forse — ho letto sul programma l'intreccio dei vari brani cantati e mimati — la Devadasis ci rivela lo spasimo della Maharajna agonizzante che è portata nella sua lettiga d'oro verso il Gange sacro e vede la morte avanzarsi e teme di non giungere in tempo alle acque purificatrici.

La Devadasis non danza, s'avanza e retrocede con un ritmo prestabilito, seguendo la musica e le strofe. Alcuni musici infatti — io non li avevo nè visti nè uditi, tanto mi aveva preso il gioco di lei — stanno seduti sulle stuoie e suonano stromenti singolari; enormi mandole dal lungo manico ricurvo, flauti affusolati, strani tamburi oblunghi che agitano febbrilmente scuotendone una pietra interna. Ma l'insieme di quell'orchestra formidabile è lieve come un ronzìo, come un aliare di libellule e di falene. Nessuno canta, ma tutti, musici e spettatori, sillabano a mezza voce i versi del poema sacro che la bajadera ripete per conto suo, come per rammentarsi o per intesa. Ma più nulla si sente, più nulla si vede che la maschera ovale, il sorriso triangolare, gli occhi già troppo lunghi, prolungati dal bistro fin sotto la benda dei capelli compatti, lucenti come se scolpiti in un ebano raro; una maschera che sembra staccarsi dalla persona, far parte a sè come un'evocazione spiritica; e spettrali veramente sembrano le mani, come quelle che apparivano volanti nelle leggende bibliche e scrivevano sui muri la condanna dei tiranni. Le mani di questa Devadasis, all'estremità delle braccia immobili, s'agitano con un movimento vertiginoso di rotazione e di distorsione che sembra sconvolgere ogni legge anatomica; hanno — mi fu detto — un officio importantissimo: significa disegnare lo scenario e le didascalie. La sdegnosa povertà dell'allestimento teatrale di Shakespeare; il cartellino con the forest, the king's house; la foresta, la casa del re, è abolito, e le cose sono disegnate dall'arte digitale di due belle mani; disegnate nell'aria, ma restano impresse negli occhi di questi spettatori frementi che ne fanno sfondo invisibile all'artista; sulla misera cortina di stuoia appare la reggia favolosa, la riva del Gange, il paradiso di Indra. Il mio sguardo profano, ignaro di quell'arte, non può naturalmente godere dell'incantesimo, come non mi è dato di capire una sillaba del testo famoso, ma la sola mimica della donna basta a rivelarmi che in quell'istante, la regina agonizzante giunge sulla riva del fiume, scende nelle acque sacre. Il dolore, l'ansia, si trasmutano in una gioia che fa del volto contratto un mistero di delizia ineffabile. La morente rivive, invoca l'Eros dell'Olimpo bramano in una strofa erotica che certo non troverebbe veste decente in nessuna lingua europea, e la mimica si esprime con un'intensità che dà il brivido: brivido d'amore, brivido di morte. La donna arrovescia il capo, lo rialza; il suo volto è calmo, è uscita dalla ruota dell'esistenza, è giunta nel regno dell'impossibile: il non essere più; la grazia le è stata concessa nell'amplesso del Dio. Ancora una volta noto nell'arte indiana, letteratura, scultura, la predilezione d'avvicinare l'amore e la morte, facendo dei due simboli un simbolo solo: la felicità del non essere nati o essendo nati ritornare al non essere....

Il pubblico, un pubblico di forse mille spettatori, ha seguito ogni sillaba, ogni moto della Devadasis con un'attenzione sconosciuta nei nostri teatri europei. Ma non è attenzione soltanto: è passione, è religione, è trasporto di tutte queste anime verso il tesoro della loro poesia. Poesia! Io penso ad una qualche attrice nostra che comparisse dinanzi al nostro pubblico e avesse la crudeltà inaudita di infliggergli un canto d'Omero o di Virgilio; il nostro pubblico il quale — confessiamolo una buona volta — s'annoia mortalmente a sentir sillabare, sia pure da dicitori sommi, il non remotissimo Dante. Ora è meraviglioso il vedere come poemi di tre, di quattro mila anni or sono accendano di fervore tutta una folla, nessuno escluso: il mercante di spezie e il Marajà, il monello e la donnicciuola; tutti sono presi nello stesso cerchio magico, beneficati da un'illusione che non è letteratura, ma sentimento artistico, ereditario, che confina, si fonde con la fede più intensa. Arte e fede espresse dalla stessa armonia, una felicità che noi occidentali non conosceremo forse mai!

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Dopo l'ultima sillaba la Devadasis raggiunge con un balzo il tappeto, si siede con un sospiro di sollievo come una scolaretta in riposo. Le siamo intorno rispettosamente, per osservarla, ma sul suo volto è la completa assenza spirituale; è cessata la musica e la fiamma e si ha veramente l'impressione di accostarsi ad una lampada spenta, ad uno stromento che ha finito di vibrare.

Poichè il dottor Faraglia — l'unico che conosca l'industani — le rivolge un complimento sulla sua arte, la donna tarda a comprendere, poi sorride, si copre il volto con l'avambraccio alzato, come un'educanda, alla quale un temerario dica cose inaudite: un gesto spontaneo di sincero pudore, che sbigottisce in una sacerdotessa di tal fatta. Io, che non so l'industani, le accenno alla gota sinistra che mi sembra tumefatta. Essa porta l'indice e il pollice alle labbra, ne toglie un bolo vermiglio, che mi porge affabilmente.