— Betel!
Poichè rifiuto la droga pessima, essa riporta il bolo alla bocca, passandolo dall'una all'altra guancia, battendovi sopra le due mani, per gioco, con un malvezzo di bimba screanzata.
— Le dica che deploro di non aver capito una sillaba dei suoi poemi. Le domandi in quanti anni potrei sapere il sanscrito, il pali, il giaïna....
La donna ascolta il dottore, poi mi fissa, ridendo, alza le dieci dita ben tese. Dieci anni! Ohimè, no! Non vale la pena improba. E penso che superata pur anche una tale fatica, padrone degli idiomi difficili, resterei estraneo all'essenza prima dei testi sacri. Mi divide da essi una barriera più insuperabile del linguaggio: ed è lo spirito diverso, la fede opposta. L'occidentale, che ritorna in India, non riconosce più la sua cuna.
So bene, questi Indu sono ariani del nostro ceppo, fratelli nostri, ma fratelli che rifiutano di tenderci la mano. Siamo troppo diversi. Ci dividono troppi millennii. Da troppo tempo ci siamo detti addio.
Le caste infrangibili.
Madras, gennaio.
«Prima l'Egitto, poi l'Arabia, poi l'India tutta: l'islamismo insorto sarà la miccia più sicura attraverso la potenza britanna». Nelle sfere politiche inglesi si pensa seriamente all'Egitto, ma si deve sorridere non poco sul possibile pericolo indiano. I maomettani dell'India ignorano la Turchia; il loro stesso islamismo è travisato dai secoli e dall'ambiente; la loro patria lontana è l'Inghilterra: Londra — e non Costantinopoli — è la capitale dei loro sogni e delle loro ambizioni.
Percorrete tutta l'India vasta, dalle nevi di Simla alle foreste di Colombo, interrogate un nativo qualunque: maomettano, bramino, parsi, buddista, di qualunque casta e di qualunque cultura: il facchino che vi porta i bagagli, l'albergatore che vi ospita, il filosofo incontrato nei musei, interrogatelo d'improvviso: «E voi, di che paese siete?». L'altro vi guarderà meravigliato e vi risponderà subito: «I am English!», con la stessa vivacità un po' risentita con la quale io e voi risponderemmo: «Sono italiano». L'indiano non dubita d'essere un inglese. L'anglomania è una delle sue debolezze ben note. Non per nulla la figura più buffa del teatro parsi è Katiba, una specie di bellimbusto, che si spaccia per baronetto londinese, mentre ha avuto i natali a Oodeypore, da un lenone maomettano. Per anglomania lo studente dell'Università di Bombay, di Calcutta si dà a sports nordici, intollerabili sotto il tropico, frena il suo gesto vivace, riduce la loquacità istintiva del suo dire alla più corretta freddezza; e se v'invita a prendere il thè, nella sua gaia stanza universitaria cercherete invano alle pareti i testi indiani: Avagoka e Kabir sono sostituiti da Kipling e da Shelley; e nel congedarvi, stringendovi la mano colla sua mano color di bronzo, non mancherà di raccomandarvi la poca confidenza coi nativi.... Per anglomania le figlie e le mogli del Maharaja s'imbiondiscono i capelli e s'imbiancano il volto, implorando dal marito o dal genitore — premio supremo — una season a Londra; una season a Londra con tutte le delizie della vanità esasperata: i ricevimenti a Corte, l'amicizia con mogli di lords e di baroni, i trafiletti mondani, le istantanee compiacenti a lato del Re e della Regina; istantanee e trafiletti da rimbalzare su tutti i giornali di Bombay, Madras, Calcutta. Per anglomania — e il probabile titolo di baronetto — i banchieri maomettani e parsi si quotano per uno, due milioni di rupie sulla lista d'un erigendo ospedale inglese. L'India è inglese, vuole essere inglese. È radicata nel cervello d'ogni indiano, intellettuale o analfabeta che sia, l'idea d'una patria lontana e necessaria, lassù, in Europa, nella curva nebbiosa della terra, una patria che è il cervello e il cuore del mondo.
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