Nel regno di Golconda — un giorno capitò;
il gran Sultan vedutala — se ne invaghì così
che a cinquecento mogli — lei sola preferì....
Ohimè, la sua tomba non è qui, tra queste sultane. Essa ritornò a Parigi, carica di quattrini e di gioielli, a godervi i ben meritati riposi.... Quali favolosi racconti doveva fare delle sue avventure e dei suoi pellegrinaggi alle illustri colleghe parigine, nelle veglie della sua vecchiaia venerabile!
Madama Angot.... È veramente esistita? In quest'ora, tra queste mura la sua gaia figura è più viva che mai, serve a consolare d'ogni troppo leopardiana tristezza. Dinanzi alle ruine troppo riverite è consigliabile l'irriverenza. Meglio schernire la fatalità che preme uomini e cose, canticchiando le strofe d'un melodramma giocoso....
L'Impero dei Gran Mogol.
24 gennaio 1913.
Il distacco tra l'India braminica e l'India islamitica si fa più intenso via via che si sale verso il Nord. Si direbbe che l'Islam prediliga in ogni parte del mondo le terre desolate, i deserti e le steppe; anche in India occupa l'immensa parte centrale e settentrionale e può servire a delineare i confini delle provincie riarse. Perchè è un preconcetto oleografico, una leggenda da libri d'avventura che l'India sia coperta da una vegetazione meravigliosa. Le foreste tropicali, dense, decorative come scenari da melodramma, occupano soltanto la costa del Malabar, l'isola di Ceylon, i monti Nir-Ghirli, le valli dell'Imalaya. Ma dove cessa il beneficio dei monsoni e delle pioggie periodiche, cioè in quasi tutto il Deccan e le pianure del nord, domina la magra vegetazione dell'Islam: scompaiono il cocco ed il banano, svelti compagni delle pagode, appaiono il palmizio rigido, il cipresso cimiteriale, compagni delle moschee e dei minareti.
Si viaggia da due giorni in queste ferrovie che chiudono in una rete fitta tutto l'Impero immenso, e che gareggiano con quelle americane in velocità vertiginosa. Ma il paesaggio, per giorni e giorni, resta invariato. L'immensa pianura fulva (il rosso della terra e il gracidìo dei corvi sono la nota visiva e auditiva di queste contrade) che durante la stagione delle pioggie rinverdisce in campi di riso e di miglio, è tutta riarsa in questi mesi di siccità. Le palme-palmira, gracilissime, s'innalzano nell'azzurro del cielo come caricature di palmizi, nibbi ed avvoltoi si librano nell'infinito abbagliante: all'orizzonte, sulla zona sanguigna, passano, come ombre cinesi, mandre velocissime di gazzelle. Fiancheggiano la linea grandi cacti a candelabro, tinti in rosso da una parte, dalla polvere sollevata dal vento della steppa, e alla sommità d'ogni fusto è appollaiato un avvoltoio meditabondo che al rombo del treno appena si degna di protendere il capo calvo sul collo serpentino o di distendere una delle immense ali macabre. Mandre di bufali e di zebù sollevano, voltano la testa indolenti, e falangi di corvi gracchiano sui loro dorsi gibbosi, s'avventurano fino alla bocca per beccarvi i tafani e le mosche. Si entra talvolta in foreste d'alberi enormi, dai tronchi nodosi e contorti: ma tutto è fulvo e riarso anche qui: i rami rivestiti di fronda arida, come le nostre quercie in dicembre, dànno al paesaggio una tinta invernale che stona col cielo implacabilmente estivo. Nella foresta morta spiccano zone di un bel verde biacca: miriadi di pappagalli minuscoli che ricordano le foglie vive, o fasci di brace azzurra e smeraldina: famiglie di pavoni appollaiati sugli alti rami. Poi si esce dalla foresta morta ed ecco ancora la steppa senza fine con i suoi cacti spettrali ed i suoi avvoltoi. Si divora lo spazio, il tempo passa, ma il paesaggio non muta.
E l'ora triste: l'ora in cui il viaggiatore si domanda a quale scopo ha lasciato l'Italia bella, anticipandosi questo paesaggio infernale. Distolgo lo sguardo dallo scenario triste. Siamo nel dining-car; indugiamo dopo il caffè, per avere intorno l'illusione di un po' d'Europa che viaggia con noi, l'illusione che emana dalle vernici, dagli specchi, dalle stoviglie, dai cibi stessi, dalle salse chiuse in barattoli inglesi. Very comfortable, queste carrozze ampissime, dal doppio tetto spiovente, aerate da un triplo ventilatore; ma il congegno si è guastato e funziona il panka, il ventaglio immenso appeso al soffitto, che un servo indiano agita con una corda dal fondo della carrozza. Tutte le tavole sono occupate: funzionari inglesi, commercianti parsi, dignitari afgani. Al tavolo vicino sono sedute due francesi incontrate a Bombay, conosciute per caso, leticando all'agenzia Cook, e ritrovate qui, ancora per caso, con reciproca effusione di schietta esultanza. Fra tanti sconosciuti di tutti i colori, fra tante orribili favelle, dove l'inglese degenere è l'unica intelligibile, il francese, sia pure sulle labbra ritinte di due «pellegrinanti esuli dame», ci suona dolce come una lingua di casa. Signore con le quali si allibirebbe di mostrarci in una via europea, tanto sono imbellettate, ossigenate, inorpellate, impennacchiate; ma che qui, nel cuore dell'India sacra, aggiungono al paesaggio uno stridore pittoresco. Madama Angot, che ho sognato a Golconda, rivive dunque ancora nelle pronipoti senza paura! Già a Bombay ci avevano raccontate le loro gesta e le loro disavventure. Giovani, una giovanissima, parigine entrambe — parigine di Marsiglia o di Bordeaux — e nate all'arte, votate all'arte, hanno pellegrinato come «duettiste» tutti i caffè chantants della Tunisia e dell'Egitto. A Port-Said un impresario le ha scritturate per le colonie dell'Africa orientale fino a Zanzibar. Da Zanzibar sono fuggite con due ufficiali inglesi riparando a Bombay. Sole, sperdute ancora una volta, hanno tentato la fortuna a Calcutta. Deluse si dirigono oggi a Simla, nel Cachemire, per cantare in un music-hall che s'inaugura con la stagione elegante. Disfatte dal clima e dai disagi, lasse per troppe soste in troppe guarnigioni fameliche, sanno tuttavia conservare nella parola arguta, nel gesto col quale alternano il sorriso alla sigaretta, nella civetteria del ginocchio sovrapposto, la grazia francese unica al mondo! E guardo ed ammiro queste due passere sbandite che portano fino in queste solitudini il loro sorriso intrepido e la loro gaia mercatanzia.