Delhi, 25 gennaio.

— Delhi, Agra: Le royaume du Gran Mogol! Le Gran Mogol, Madame, qui avait un penchant pour les jolies parisiennes. — Peut-on le voir, ce monsieur-là?

— È morto da trecento anni.

— Hélà! Nous arrivons toujours trop tard....

Ci liberiamo dalla folla policroma dell'immensa stazione indiana. Fuori, ad attenderci, i più pittoreschi mezzi di locomozione: i yinricksharws, le carrozzelle in lacca e bambù su ruote modernissime da bicicletta, tirate di corsa da indigeni vociferanti, carrozze strane, triangolari, che il cocchiere guida seduto in avanti, sul timone sottile, diligenze barocche sovraccariche di ori, di fiocchi, di sonagli, trainate da coppie di zebù, il bove indiano, minuscolo, gibboso, velocissimo; e campeggianti in disparte, disposti in ordine, gli elefanti da nolo, recanti ognuno un cartello in varie lingue indicante la mèta, come da noi le carrozze tramviarie. Si sale sopra uno dei colossi, attraverso una specie d'arrembaggio inclinato e si sta in otto nel castelletto ad ogive. Misero equipaggio e misera bestia da nolo, che ebbe certo i suoi giorni splendidi nella reggia di qualche Maharajah, cent'anni or sono.... Oggi la pelle si è raggrinzata sull'immensa carcassa, come la corteccia degli olmi secolari; e non servono a ringiovanirlo la gualdrappa logora frangiata d'oro stinto, nè la truccatura bianca rossa azzurra, a cerchi vivaci, intorno agli occhi ed alla proboscide.

— Les pauvres oreilles! On les dirait de feuilles rongées par les chenilles!

È vero. Le orecchie immense, zebrate di nero, agitate di continuo, sono logore dagli anni e dai malanni, qua e là tagliate a grandi lobi, come le foglie corrose dai bruchi. Ma quanta intelligenza negli occhi minuscoli, dove s'alterna la bontà e la scaltrezza, la mansuetudine ed il risentimento.

Il cornac, un giovinetto, sta seduto alla budda sul collo possente e dirige la mole immensa con l'ankus, un bastoncino ricurvo a gancio che preme sulla fronte silenziosa, con un grido sommesso d'intesa. Nessuna bestemmia, nessuna ingiuria come nelle nostre vie occidentali. La mole s'avanza sicura come un congegno e il rumore delle zampe enormi che giunge dal basso imita un poco il rombo ritmico di un motore primitivo. Passiamo per ampie vie modernissime: luce elettrica, tram, automobili; c'interniamo in viuzze tortuose, dalle case altissime in legno dipinto e traforato con uno stile da confettiere, con tutti i colori delle cose dolci, gonfie di miradors, di loggie minuscole; infinite gallerie coperte cavalcano le vie, allacciano l'una all'altra le case misteriose.

La nostra cavalcatura ci mette all'altezza del primo piano e l'occhio gode, d'attimo in attimo, attraverso le verande aperte, le scene più intime e più diverse: una madre che consola un bambino che piange, un ufficio di mercanti parsi, dove cinque scribi in mitra di tela cerata sono seduti a modernissime macchine da scrivere, una casa indù semplice e linda, con non altro alle pareti candide che le incarnazioni di Brama, una casa maomettana a tappeti sontuosi dove un vecchio scarno, occhialuto sotto il turbante immenso, sta ginocchioni in mezzo alla stanza, picchiandosi il petto contrito, una scuola indigena dove venti monelli, in assenza del pedagogo, si protendono al nostro passaggio con occhi vivaci e denti abbaglianti, scagliandoci le fiche e le ingiurie; e, molte cortigiane, bajadere di bassa casta, riconoscibili al volto ignudo, alle vesti e ai monili, alla casa più adorna e più appariscente: strane case così aperte sulla via dall'immensa veranda da inquietare seriamente la pudicizia dei visitatori. L'elefante, che ha incontrato un confratello che giungeva in senso opposto, s'arresta per attendere che l'altro retroceda fino al prossimo cortile, e sostiamo di fronte, vicinissimi, a due cortigiane sorridenti. L'una ravvia con uno strano pettine quadro ed enorme i lunghi capelli nerissimi e lisci come due bende di raso tenebroso, l'altra protesa quasi fuori della veranda, in piena luce, tiene nella mano uno specchietto tingendosi con la destra, accuratamente, i sopraccigli arcuati. Tutti, in questo paese, uomini, donne, bambini, hanno occhi splendidi, già troppo neri, già troppo grandi, e la consuetudine del bistro, imposta per religione, li fa smisurati, inverosimili, conferisce a questi volti quel loro sguardo d'idoli assenti.

— Vois-tu, ma chère, quelle ruse ont-elles à se farder? Elles maquillent seulement la paupière supérieure.