Si fissano alcuni secondi le orientali e le occidentali, poi l'elefante si muove e la scenetta dispare.


Si passa dalla città viva alla città morta quasi senza avvedercene. Finiscono le case abitate dagli uomini, cominciano quelle popolate dalle scimmie. Non più facciate policrome, verande fiorite, ma edifici vuoti come teschi, muri superstiti con loggie che guardano il nulla, o scalee, atrii sontuosi in granito ed in marmo che portano a palazzi che non sono più: tutto ciò che era legno è stato divorato dalla steppa. Ogni balaustro, ogni cimasa è coronata di code pendule o di faccie sogghignanti di quadrumani. E le ruine si prolungano all'infinito, tutta la steppa, fin dove l'occhio può giungere, e oltre, oltre ancora, è l'immenso ossario di una città morta e risorta dieci volte in quattro millenni, sotto dieci dominatori diversi. Ci si domanda per quale legge fatale e misteriosa una città debba evolversi come qualunque altra cosa viva, e rampollare qua e là sul suo ceppo decrepito, come la pianta che non vuol morire. Forse in nessuna parte del mondo l'archeologo trova un così vario tesoro d'architetture esposte. A Roma, in Egitto, in Grecia, in tutti i luoghi sacri al passato, risorge il fantasma di una civiltà sola che le esumazioni, i restauri, gli studi ci fanno vicina, certa, come una cosa presente. Qui è il caos dell'abbandono e dell'oblio, il convegno di tutte le ruine colossali e del tritume di ruine, un deserto di frantumi, così che l'archeologo ha la vertigine di essere sbalzato a cinquecento, a mille, a tremila anni nell'abisso del tempo: dall'ultimo splendore islamitico dei Gran Mogol al bramanesimo cupo, imponente delle prime costruzioni giaina e pali, nella notte delle origini vediche.

Ma dubito che gli archeologi soffrano di vertigini poetiche: dubito della sensibilità di coloro che sanno. In questa solitudine s'incontrano sovente figure biondiccie ed occhialute di studiosi russi, tedeschi, inglesi che osservano con fiero cipiglio, come sacerdoti indignati, la nostra gaiezza profanatrice. Siamo alla Porta d'Aladino, un'immensa porta superstite che dà un'idea della moschea smisurata che non è più. E la mole, di tale grandezza e di tale purezza architettonica che basterebbe a creare un modello perfetto di stile indo-moresco, appare lavorata, a chi s'avvicina, come uno stipo cesellato da un orafo: tutto il Corano con tutti i motivi più delicati dell'arte islamitica dei secoli d'oro adorna la grazia ogivale che s'innalza a più di trenta metri. Il vano è riempito dal più azzurro cielo dell'India, e il nostro elefante, immobile nella zona in ombra, quasi minuscolo sotto l'immensa ruina, completa quella bellezza armoniosa. Sente quest'armonia l'inglese eruditissimo — e scortese — che lavora in una baracca prossima e toglie misure e dirige tre scribi indigeni che disegnano e calcolano per non so che restauri governativi? Ho più fiducia nell'entusiasmo e nel buon gusto di queste meretrici di Francia; la più loquace delle due ha immagini adorabili.

— J'ai toujours revé ce tableau là quand j'étais fillette, sur un coussin de ma tante Véronique! Et voilà qu'il y a vraiment une chose comme ça.

Poi trascinando la compagna più vicina all'immensa parete cesellata e palpando con mano voluttuosa l'intrico della scoltura:

— Il faut se rappeler cette broderie ici, pour une robe d'intérieur!

Avanziamo a piedi tra le ruine che non hanno confini. Una vegetazione senz'anima: di latta, di cuoio, di stoppa, una vegetazione che non è mai stata viva s'alterna con la pietra morta; e sui cipressi, sui baniam, nodosi e contorti come in uno spasimo d'arsura, tra la steppa sanguigna e il cielo di cobalto, mettono una nota gaia di vita i signori del luogo: i pappagalli, i pavoni, le scimmie. Come s'illeggiadrisce un capitello giaina, tozzo di quattro teste elefantine di Ganesa: il Dio della saggezza, se un pavone vi balza improvviso, inondandolo di una cascata di zaffiro e di smeraldo! E le grate di marmo candido, frastagliate con tutti i motivi dell'Islam, come si ravvivano per le chiazze verdi dei pappagalli nani, le comuni garrule colorite, che giocano al trapezio tra i santi trafori! File interminabili di scimmie stanno sedute a congresso e volgono la testa tutte insieme al nostro passaggio, seguendoci a lungo, fissandoci con occhi di malinconia desolata.

A tratti s'incontra un Jogi, un santo che ha scelto a suo rifugio una di queste ruine. Tutta l'India abbonda di queste figure singolari; non sono fachiri leggendari, non fanno miracoli; sono asceti, ridotti dalla vita contemplativa allo stato di cose: hanno preso il colore della pietra e dei tronchi morti. Completamente ignudi sotto il sole che arde e che abbacina, con le chiome, il volto impiastricciato di cenere e d'argilla, stanno seduti nella posa nirvanica, più indifferenti e più insensibili degli idoli millenari. La consuetudine religiosa favorisce queste sètte: ognuno ha vicino una ciotola, ricolma ogni giorno dalla pietà popolare. Ne interroghiamo qualcuno, offrendo un frutto, una moneta. Ma non rispondono alle nostre parole, non battono ciglio alla nostra mano protesa, ci lasciano passare senza volgere il capo, già perduti nell'increato, nella salvezza del non desiderare più, già affrancati dall'eterno ritorno, risanati per sempre nella carne e nell'anima. Sembrano, a noi, i più miserabili avanzi umani, e sono forse i soli uomini invidiabili, le sole creature che non debbano ormai più riconoscere alcuna potenza terrena: «.... Che puoi tu fare, o tiranno, che puoi tu fare a me che nei rigori dell'Imalaia o negli ardori del Deccan sono in perfetta letizia? Puoi percuotermi, o tiranno, puoi lacerarmi, ardermi, farmi morire, o tiranno, ma non puoi farmi male....».

Avanziamo nella tebaide.