Ed ecco fra tante cose morte, fra tante ruine senza nome, una cosa ben viva e ben nota, fresca di colore e di linea come se innalzata da ieri. Il minareto di Ktub. Ero preparato da fotografie e da stampe, anche prevenuto con una certa antipatia. È invece la più leggiadra cosa inutile che la noia d'un despota abbia scagliato al cielo. Una torre isolata alta trecento piedi, costrutta da un sultano e offerta alla figlia malata di malinconia, così come s'offre un gioiello. È veramente un gioiello che colpisce di lungi per l'altezza vertiginosa, dappresso per la squisita fattura.

Sembra un fascio di palmizi interminabili, legati, stretti a cinque altezze digradanti: così che l'insieme del fusto snello è tutto pieghettato come una gonna di seta; seta lucida e fine sembra la pietra rossa-salmone, intarsiata d'ornati di marmo bianco. Lavori di mole e di pazienza inconcepibili ai nostri giorni, possibili nel tempo andato, quando un popolo intero era stromento cieco e concorde del capriccio d'un despota. Forse avevano un po' tutti l'anima di Luigi di Baviera, questi sultani leggendari che profondevano tesori per concretare i loro sogni in moli di marmo e d'alabastro. Per gli occhi di una bella distruggevano la loro città, costruivano una città nuova, come il Maharajah Suvan-Ge-Sigg II che nel 1628 abbandonò Amber, l'antica capitale del suo regno, e fondò Giaipur, la città fantastica tutta color di rosa, eretta in poco più di tre anni! Costruivano palazzi, templi, giardini, e li abbandonavano talvolta, prima che fossero compiuti, già sazi del sogno che il popolo tardava a concretare in pietra.

Si sale lungo il fusto eccelso, sostiamo a riposare alla terza, alla quarta veranda circolare, in marmo traforato che ci spende nel vuoto e dà la voluttà della più acuta vertigine, e dall'alto la desolazione appare più disperata, occupa tutto l'orizzonte come un mare di lava e di scorie: si pensano veramente come eruzioni spaventose le invasioni delle orde giaina, pali, afgane, mongole che si riversarono dall'Imalaia e sovrapposero ruine a ruine sulla pianura maledetta da Dio. Poco lungi dal minareto di Ktub, fra sepolcri d'un tempo immemoriale, s'alza un obelisco che discorda con la grazia leggera e la tinta carnicina del cimelio moresco, un obelisco barbaro, tutto di ferro, elevato — dice l'iscrizione sanscrita — duemila anni fa dal Raya Dhava per celebrare con una cosa eterna la sua vittoria sulle tribù Valhihas. È alto quindici metri, fuso in un pezzo solo, documento misterioso di una civiltà spenta, quasi dimenticata e che pur possedeva i mezzi di gittare una mole di metallo che inquieterebbe la nostra industria modernissima.

Anche qui eruditi indigeni ed europei: archeologi, periti, architetti che prendono modelli e misure. L'Inghilterra s'accinge ad un'opera colossale: dissodare l'ossario delle città morte, restaurare le ruine, ordinarle decorosamente alla luce del sole. Opera degna, ma che non so quanto possa giovare alla poesia di queste memorie.... Certo ringrazio il cielo di visitarle oggi, nel loro abbandono desolato.

È l'ora torrida. Ed è anche l'ora del pasto. Le nostre compagne «qui ont soupé des ruines» ci ricordano che abbiamo le provvigioni con noi. Cosa provvidenziale perchè l'unica bettola nella Porta di Aladino ha un odore di concia che rivolta lo stomaco. Vi comperiamo soltanto un ananasso e uva moscata enorme, freschissima, giunta dai monti del Kabul in certe scatole fatte d'immense foglie coriacee cucite con lunghi fili di gramigna. Una delizia che disseta e consola sotto questo cielo di fiamma. E seguiti dai boys e dal cornac si cerca il rifugio meridiano; non si ha che l'imbarazzo della scelta regale: una moschea, un atrio moresco, una reggia pali, un tempio giaina. Scendiamo in un ipogeo conosciuto dai boys: un rifugio d'ombra e di frescura, che sarebbe tetro se non fosse di marmo candido. Grosse colonne quadre reggono il soffitto a cubi sovrapposti, e tutto è a blocchi monolitici, in uno stile incerto alla mia ignoranza, uno stile che ricorda le costruzioni egizie più antiche, o assire, o etrusche, o fenicie, quando tutte le architetture neonate si somigliavano un poco. Riceviamo luce da una porta triangolare e da quattro finestre triangolari, quali non avevo sognate mai, e poichè siamo nell'ombra e fuori è la vampa del meriggio tropicale i cinque triangoli si disegnano rossi come le aperture d'una fornace immane. E nella brace dei cinque triangoli si profilano figure di leggenda: aridi palmizi lontani, l'ogiva nitida della porta d'Aladino, una trina candida vicinissima: il balaustro di una moschea, il nostro elefante meditabondo, rigido sulle quattro zampe a colonna, immobile come i suoi fratelli di pietra....

Ora di sogno. Ristoro e sollievo della frescura e della penombra, piacere indefinibile di sedere con gli amici, in cerchio, al pasto singolare, voluttà un poco sacrilega di avere a compagne queste due profanatrici che dicono e cantano cose enormi tra le pareti sacrosante. Ora di sogno. La realtà scompare. Le cose si alterano, ingigantiscono, diventano favolose e magnifiche, come la noce, il sassolino, lo zoccolo toccati dalla bacchetta magica della leggenda. E dimentico. Vedo con occhi d'allucinazione grandiosa il tempio ruinato, il misero elefante da nolo, i poveri boys a mezza rupia, gli amici e il pasto frugale, e queste due vagabonde delle quali non oserebbe vantarsi uno studente occidentale.

Sono l'imperatore Acbar, il più possente dei Gran Mogol, e questo è il mio palazzo; questo è un banchetto servito da trecento schiavi ad ambasciatori della Serenissima; queste sono due «cristiane» rapite dai corsari sulle coste di Barberia, vendute al Negus d'Etiopia, donate dal Negus allo Scià di Persia e offertemi dallo Scià mio cugino, giunte vergini ed impuberi fino al mio serraglio; due cristiane bionde da aggiungere alle mie settecento concubine di tutti i colori....

Guai se non si completasse col sogno il magro piacere che la realtà ci concede!...

Agra: l'immacolata.

Agra, 27 gennaio.