Sullo scenario a due tinte: l'azzurro cielo e il bronzo cupo dei cipressi, s'innalza la più immacolata e gigantesca mole sognata da questi sultani amici del candore. Una semplicità che sfugge alla parola e all'indagine estetica. Sullo zoccolo immenso una cupola eccelsa, e ai lati quattro minareti scagliati al cielo: non altro. È il motivo classico dell'India islamitica, il motivo profanato da tutta la chincaglieria occidentale, esecrato negli scenari d'operetta, nei lavori ad uncinetto e nelle oleografie: ma divino nella verità del modello! Di marmo candido, eterno, e pure sembra fatto della sostanza labile e translucida delle nubi; le nubi a cumulo, tondeggianti, che s'alzano in questo momento dietro la cupola immacolata, quasi a gareggiare in grazia ed in candore, formano nel cielo di turchese un contrasto forse meno luminoso e meno immacolato. L'azzurro del cielo, il candore delle nubi e dei marmi, il bronzo cupo dei cipressi, tutto è riflesso in un gran lago tranquillo che addoppia il miracolo, con il candore preciso di certi smalti persiani.
Avanziamo quasi increduli, temendo dell'incantesimo creato da un negromante, di uno scenario che debba dileguare come la Fata Morgana; ed ora soltanto mi meraviglio della mole del mausoleo. Il tripudio dei colori m'aveva fatto smarrire il senso della misura. Ma una teoria di pellegrini che sale le scalee sembra una schiera minuscola d'insetti, così lenti nel giungere da un portico all'altro. Arriviamo anche noi alla mole che abbaglia. E da presso appare all'occhio abbacinato quanto l'arte costretta alla semplicità assoluta possa tuttavia fare nel marmo, e vediamo il Tai qual è veramente: una mole ed un gioiello, l'edificio d'un Titano e il capolavoro d'un cesellatore moresco, ottenuto con gli scarsi motivi islamitici: ornati geometrici, ghirlande di parole sacre, gracili motivi floreali. E anche qui l'onice nerissima, intagliata e immessa nel marmo con una tecnica sconosciuta al tempo nostro, segue ogni voluta, ogni traforo, aumenta il candore opalescente dell'insieme, come una striscia di kool, tracciata dal pennello sottile sotto la palpebra, aumenta il balenio perlaceo nell'occhio d'una baiadera.
Le porte d'argento — l'argento sul candore del marmo! — riproducono l'intero Corano, a parole scomposte e ricomposte, come in una cabala.
Entro nel mausoleo, m'avanzo verso i due mausolei dove dormono da tre secoli i coniugi amanti che vollero con l'amore vincere la morte. Poichè tutti sanno che il Tai-Mahal fu eretto dall'imperatore Shah-Zehan, disperato folle per la morte immatura della sposa: la bella Mahal che sorride ancor oggi, negli smalti e nelle miniature indo-persiane, morta nel 1618 non di mal sottile, come vuole la leggenda sentimentale di qualche viaggiatore, ma nel dare santamente la luce ad un settimo figlio. E non so dire quanto m'intenerisca quell'amore passionale e tragico in quel romanzo onestamente coniugale. Si racconta che il vedovo impazzito, s'aggirasse per le sale della reggia aerea, vivesse come se la sposa fosse sempre con lui, sorridendo, parlando, chiamandola a nome, indicandola ai figli e ai cortigiani allibiti. E la vita che visse ancora fu tutta un'allucinazione passionale, un'amorosa convivenza con il fantasma visibile a lui solo, che egli accompagnava per le terrazze e per i giardini, presentava nei banchetti e nelle feste ai cortigiani e al popolo impietosito.
Da quella demenza è sorto questo miracolo funerario. L'amore ha veramente vinto la morte. Il mausoleo tre volte secolare è intatto come se costrutto da ieri. I coniugi amanti dormono vicini, in eterno. Sotto la cupola eccelsa più di qualunque nostra cattedrale, luminosa, nell'ombra senza finestre, d'una luce sua propria, s'intrecciano con delicati motivi floreali le sentenze del Corano. Sentenze indecifrabili per me, ma che certo devono ripetere ai due amanti le parole che le religioni di tutta la terra dissero in ogni tempo all'amore e alla morte.
Fachiri e ciurmadori.
Agra, 30 gennaio.
Ci riposiamo dei giorni trascorsi, troppo intensi di emozioni estetiche, in curiosità più comuni. Visitiamo una fabbrica di tappeti. Belli i tappeti e singolarissimo il modo di fabbricarli. Una trentina d'operai, quasi tutti giovinetti, seminudi, stanno seduti al telaio, nell'afa di una lunga tettoia. E ad ogni operaio corrisponde un filo, una tinta della trama complicatissima. Il direttore, seduto su un alto scanno, all'estremità dei telai, tiene sott'occhio lo schema riassuntivo del lavoro con i numeri corrispondenti ai vari tessitori e li canta in note diverse; e al numero corrisponde il gesto del piccolo operaio che ripete la nota, con una voce prolungata d'intesa. Il lavoro prosegue così su di una nenia regolare e varia, non priva di una certa dolcezza musicale. Il direttore sembra dirigere un'orchestra di tinte delicatissime. Ed è veramente la sinfonia dei colori, sognata dai poeti decadenti. Ne risultano quei tappeti inimitabili, dove il pregio e l'origine si rivelano nella fattura raffinata e primitiva ad un tempo, nel disegno e nella tinta che s'alterano di tratto in tratto, ingenuamente, per il filo che vien meno o per la mano diversa, nella sofficità deliziosa, come se le dita si insinuassero sotto l'ala d'un cigno. Lavori magnifici, ma che m'attirano sotto questo cielo soltanto. E per non comperare dimezzo il prezzo. Ed è accettato. Lo dimezzo ancora. Ed è accettato. Scelgo tre tappeti. Altri mercanti escono dai loro negozi mentre passiamo nella città indigena, tentandoci con mille cose inutili; un budda, una trimurti in avorio, un elefante in ebano, raccolto sulle zampe posteriori e recante in alto, nella proboscide attorta, un gran vassoio d'argento, bronzi, rami lavorati a sbalzo, veli tenui come nubi tessute, tinti all'istante sotto i nostri occhi con tutte le tinte più delicate dei fiori e dei frutti, ed affidati a due bimbi che li fanno prosciugare correndo, amuleti, monili gemmati, ori massicci di bajadere. Cose che tentano, ma che compero senza fede, per qualche amico d'Italia. Non le amo nella mia casa. So quale malinconia d'esilio, quale stridore borghese acquistano sotto il nostro cielo, nelle nostre dimore modeste, tra uno scrittoio Luigi XV ed uno stipo dell'Impero. Ogni bellezza nella sua cornice. Due cose vorrei portare con me. La reggia dei Gran Mogol, il palazzo di trina immacolata, lassù, sulla sua mole rossigna, e il Tai-Mahal, con i suoi cipressi di bronzo e il suo cielo di cobalto. Oggi sono ritornato, solo, a contemplare per lunghe ore il poema di marmo e di luce.... Quale rimpianto sarà nei miei ricordi!
Agra, 31 gennaio.
I giocolieri e i fachiri sono una delusione per chi viene in India mendicando un po' d'inverosimile, di soprannaturale. Ma aggiungono al paesaggio un motivo pittoresco. Oggi, dinanzi al tempio giaina, ho assistito alla lotta del cobra e della mangusta, lo spettacolo che gl'incantatori di serpenti offrono ad ogni forestiero per tre modeste rupie, il prezzo della vittima. Due indù, che sembrano usciti da un'illustrazione di viaggi, ignudi, fasciati alle reni da un panio sottile, fasciati in testa da un gigantesco turbante giallo, le barbe divise e uncinate, le orecchie adorne di anelli d'oro massiccio, siedono di fronte chiudendo ognuno tra le ginocchia un cesto coperto, e incominciano un preludio di richiamo, una specie di nenia dialogata, guardandosi con occhi di sfida, di minaccia, di paura, ora l'uno ora l'altro sollevando il coperchio ed abbassandolo subito, volgendo gli sguardi sul pubblico attento, come per consultarsi. Poi si decidono. Una delle ceste s'agita, il coperchio si solleva, ed appare la testa eretta d'un cobra che esce dalla prigione con lentezza flessuosa, si raccoglie, s'abbandona pigro sul tappeto come una gomena inerte, grigia a losanghe nere. Ed ecco balzare dall'altro cesto, d'improvviso, l'avversario diverso: un felino che ricorda il nostro furetto, fulvo, snello, ondeggiante, il muso e gli occhi rossi, la coda lunga due volte il corpo, villosa, dilatata dall'ira come un enorme scopino rossiccio. Il cobra s'erge a mezzo delle spire attorte, con la veemenza d'una molla a spirale, la gola espansa, con la figura delle lenti che si dilatano nel furore, il capo piatto, sottile, scosso dal fremito continuo d'una foglia agitata dal vento. E tra le grida incitatrici dei monelli e il rombo d'una musica assordante, i due avversari si preparano alla difesa e all'offesa: la mangusta correndo rapida attorno alle spire circolari, come attorno ad una fortezza, e il cobra girando su sè stesso come un'ansa mobile, vigilando la nemica da tutte le parti. Il cobra si tende, guizza come un dardo. La mangusta balza indietro, protetta dalla nube rossigna della coda accartocciata. Ritorna all'assalto. È respinta. Ritorna tre, quattro volte; per dieci, per venti minuti gli avversari temporeggiano. Poi è l'impeto furibondo, una miscela forsennata di spire livide e di pelo fulvo, finchè sul tappeto non appare più che un gomitolo enorme e palpitante. La mangusta è perduta. Eppure no: le spire s'allentano, due zampine rosee si liberano convulse, lo scopino della coda emerge improvviso; l'intera mangusta esce trionfante dall'intrico del rettile che si svolge inerte: il felino minuscolo ha divorato il cervello del nemico.