— It is not interesting. The cobra is dry.
Uno studente indiano che ho vicino si porta l'unghia del pollice ai denti incisivi, per significarmi che il rettile non aveva più veleno. Non mi stupisce, data la famigliarità di questi incantatori con il terribile intercessore di morte. Ma è noto che la mangusta affronta e distrugge i cobra intatti e selvaggi della jungla, ed è tenuta nelle case, avversaria vigilante e infaticabile d'ogni rettile intruso, come il gatto per i topi tra noi.
Qualche liceale color di bronzo, qualche borghese anglomane in solino rigido e con la mazza gemmata, si sofferma un attimo nella cerchia dei giocolieri, poi s'allontana con uno sguardo di commiserazione e di snob come da cosa «quite native», troppo indigena e troppo consueta. Io mi compiaccio invece di osservare nella realtà misera e cenciosa, ma pittoresca, le figure e le cose troppo lette nei libri. E trovo interessanti anche il famoso miracolo della pianticella di mango, un gioco di prestigio fatto con un'abilità senza pari. Uno degli indigeni fa visitare intorno un seme autentico di mango che solleva con le due dita, depone in una buca del terreno, ricoprendolo di terra e calpestandolo accuratamente; poi distende sulla seminagione un fazzoletto favorito da uno di noi. Allora inizia qualche altro gioco, per distrarre l'attenzione del pubblico. Ritorna poi, ad intervalli, al seme di mango, ed ogni volta la pianticella ha messe due, tre foglie di più, finchè al termine dello spettacolo raggiunge le dimensioni d'un arboscello con due frutti e qualche fiore. Uno sviluppo miracoloso che richiede una raccolta progressiva di non meno di cinquanta esemplari, sostituiti con un'abilità che sfugge ad ogni mia vigilanza.... E che mi ricorda le cinquanta parrucche progressive di quel tale parrucchiere calvo che simulava lo sviluppo di una chioma assalonica, alla corte di non so quale Luigi di Francia.
Ma quali simulatori consumati sono questi giocolieri! Con quale arte istrionica raffinatissima, sconosciuta ai nostri prestigiatori, illudono, deviano la nostra attenzione, con quale mimica seguono lo sviluppo del mango, fingendo l'incredulità nel prodigio, l'ansia dell'esperimento, la delusione del primo insuccesso, la meraviglia paurosa per la prima gemma, la gioia del trionfo!
Ma ecco i due s'altercano, s'ingiuriano con ira crescente. Credo in un litigio autentico. E non è che il preludio d'un altro gioco. I due tentano di strapparsi di mano un sacco cencioso, finchè l'uno riesce ad imprigionare l'altro con un rapido gesto traditore, e ve lo lega solidamente. Allora comincia la mimica della gioia crudele, la danza feroce sul povero prigioniero che s'agita e geme. L'avversario non pago prende un randello a clava e percuote l'involto fino ad appiattirlo, fino a farlo aderire vuoto e floscio sul terreno. Allora il forsennato slega, esplora il sacco. E comincia il monologo del dolore, del rimorso disperato, finchè la folla si fende e si vede ritornare lo scomparso, sano e salvo, non si sa come, non si sa di dove. Sorpresa, riconciliazione, abbracci fraterni e lacrime vere, abbondanti che brillano sulle labbra nere, quando i due girano intorno, invitandoci in corretto inglese all'offerta generosa.
— A little present, milord! We are so poor fellows!
Poor fellows! Poveri compari, ma di una abilità e di una scaltrezza inqiuetante, e tale da frodare dieci volte, in altre occasioni, il forestiero un po' trasognato! E non saranno certo costoro a darmi un po' del soprannaturale che speravo di trovare in India, un po' di inverosimile, un po' di miracolo....
Agra, 9 (?) gennaio.
Il miracolo è pur sempre uno solo. Il Tai-Mahal. Domani partiremo per Giajpur e oggi son ritornato alla meraviglia che lascerò prima d'esserne sazio. La meraviglia che ha il fascino non più di una cosa d'arte, ma di una bellezza naturale ed eterna: come il mare, come il cielo, come l'alte vette immacolate. Aveva il colore di certi nevai, oggi, mentre lo contemplavo per l'ultima volta. Poi è passato al rosa, al cerulo, al verde, all'ardore violaceo dell'acciaio nell'ora della tempra... E i cipressi di bronzo, il cielo di cobalto, le acque incantate che addoppiavano il miracolo, tutto m'è impresso nella palpebra interna come quando si guarda una cosa che abbaglia.
Fra sei mesi, fra un anno, perduto nelle vie delle nostre città settentrionali, nella nebbia e nel pattume d'un crepuscolo decembrino, potrò forse resuscitare tra le ciglia socchiuse un po' di questa luce e di questi colori, e consolare l'anima grigia....