Città della favola! Passano i veicoli più strani: vetture triangolari, semicircolari ricordanti la forma delle bighe, e l'auriga di bronzo ignudo grida ed incita, in piedi, non i cavalli, ma gli zebu, il bue indiano, piccolino, gibboso, dai garretti impazienti e velocissimi, dallo sguardo mansueto, fatto più dolce dalle lunghe corna ricurve ripiegate lungo la gobba, quasi col timore prudente di ferire qualcuno. Altre vetture passano, simili a piccole berline tutte d'oro, dalle cortine di broccato rosso; e passano portantine singolari, sormontate da una specie di guglia a pagoda, dov'è adagiato un ricco mercante parsi, una bajadera d'alta casta, un dignitario dal vestito e dalla barba candida, con non altro di nero che gli occhi imperiosi: ed ogni veicolo è preceduto e seguito da otto, dieci servi che avanzano su una canzone d'allarme, agitando a destra e a sinistra flabelli di palma dipinta o bastoni con un lungo pennacchio di seta candida e nera che è la coda di un'antilope di specie rara. Turbanti di tutte le forme e di tutti i colori: candidi enormi, fatti di tela rozza per i Camili e gli uomini di bassa casta, turbanti minuscoli piegati e pieghettati con arte sopra una forma interna come i cappellini delle nostre signore: circolari, triangolari, o rialzati audacemente da una parte, o scendenti a custodire le gote e adorni di fermagli gemmati, dai quali zampilla un'aigrette o una paradisea che farebbe la delizia delle nostre più raffinate mondane.
Città della favola! Avanzo lungo le belle vie spaziose, sui larghi selciati di marmo a figure geometriche, e sfioro a quando a quando con la mano i muri delle case color di rosa, sempre color di rosa, a delicati fiorami candidi. Quale meraviglia che in una città fantastica come questa si sia conservato intatto l'Oriente dei tempi andati? Ecco dignitari di corte, ecco scudieri, falconieri che passano ridendo, sollevando in alto i girafalchi incappucciati — avevo letto di questi, in guide sommarie e in descrizioni di pregio, ma non avevo creduto — ecco falconieri quali si potevano ammirare in Toscana o in Provenza, in un bel mattino del secolo XIV, ed ecco le tigri, le famose tigri del Maraja di Giaipur, delle quali tanto m'avevano parlato a Bombay e a Calcutta. Non sono tigri: sono pantere: non meno belle e formidabili; m'appaiono d'improvviso, al crocevia del Palazzo dei Venti, condotte al guinzaglio da una schiera di custodi: fanno parte delle belve che sfilano nei cortei di gala, pubblicamente. Per questo, per abituarle alla folla, sono condotte in giro ogni giorno, dopo i pasti abbondanti; sono cinque nel gruppo, tre color d'ocra a chiazze nero-pece, un'altra chiarissima, che si direbbe stinta, un'altra tutta nera, d'un bel nero lucente, dove le chiazze appaiono marezzate, come nel damasco. Camminano a scatti improvvisi come se avanzassero sopra una lastra di metallo rovente, ammusando a destra e a sinistra, con bonomia giocosa, i monelli ignudi che s'affollano intorno. Poichè m'arresto incuriosito e guardingo, a distanza prudente, uno dei custodi mi sorride, mi fa cenno cortese di avanzarmi senza esitare, m'accosta lui stesso la belva al guinzaglio; e sul suo esempio accarezzo la nuca folta, mentre la belva s'abbioscia, gli occhi obliqui socchiusi nella luce del giorno, il muso depresso e baffuto come certe maschere giapponesi. Altre pantere mi sono intorno, con i loro custodi, si strusciano ai miei gambali, con un ron-ron beato di grosse micione ben pasciute....
Giaipur, 5 febbraio.
Città dei colori! Si direbbe che il popolo abbia voluto ripagarsi dell'unica tinta imposta dal tiranno, sfoggiando tra queste pareti color di rosa tutte le tinte più vive: uomini, donne, principi e mendicanti: vestiti di cenci o di sete, di percalli o di velluti: passa per queste vie una fiumana incessante di colori inconciliabili sotto il nostro cielo, ma che si fondono con questo sole, su questo scenario, in una concordia discorde che è un vero tripudio visivo: giallo zolfo, giallo ocra, rosso, carminio, porpora, verde biacca, verde salice, azzurro, turchino.
Il sobborgo dei tintori è una delle cose più singolari di Giaipur. I tintori esercitano il loro mestiere all'aperto, con mezzi primitivi e raffinatezze secolari, sconosciute tra noi. S'aggirano seminudi tra le tinozze, i barattoli, i lambicchi fatti di grosse zucche e di noci di cocco unite con una storta di bambù, pestano i loro semi e le loro polveri in mortai millenari, di marmo o di bronzo, dov'è scolpita la testa elefantina di Ganesa o il sorriso di Parvati dagli occhi di pesce. E ne tolgono tele, tulli che appendono a corde tese al sole e affidano a garzoncelli che le fanno prosciugare correndo, gonfiandoli nella corsa come grandi aquiloni o turbinandovi dentro come in una danza serpentina.
A questo popolo il colore è necessario come la luce. Donne specialmente, donne d'ogni casta s'affollano intorno alle tintorie. E la giovinetta più povera trova sempre la monetina per far gettare nella tinozza tre metri di tulle stinto, che le è reso dieci minuti dopo, vivo della tinta che ama. Sull'unito del fondo l'artista sovrappone con meravigliosa sveltezza il disegno e la tinta preferita, adoperando certe spate di setola a spruzzo, o certi rulli di bosso o semplicemente le dita intinte: e ne risultano marmoreggiature, zebrature, disegni pomellati, o zone ondulate, delicatissime. E i tulli popolari, avvolti con una grazia che ricorda in queste donne Raiputi il ceppo comune, le remote sorelle di Atene, acquistano per trasparenza sovrapposta, per gioco del sole e del movimento una luminosità che moltiplica gli effetti come nei cristalli, e fa di queste creature sfamate quotidianamente dalla carità governativa tante principesse da leggenda.
Giaipur, 7 febbraio.
E anche i piccioni sono tutti ritinti come arlecchini dell'aria. Quasi non bastasse il verde naturale dei pappagalli, il bagliore dei pavoni, il nero lucente dei corvi. Così che le case color di rosa hanno il marmo candido delle cimase coronato da pennuti di tutti i colori.
Un'altra cosa non avevo osservato, che mi piace e m'intenerisce. Ad ogni crocivia è una specie di tempietto ad una colonna, dove la carità dei passanti depone il becchime per gli uccelli anch'essi affamati nell'intristire dell'ultime gramigne. Sotto le piccole cupole a pagoda è un vero turbinìo di pennuti minuscoli: cocorite, passeri bengalini che vengono, vanno trillando di letizia riconoscente. Anime delicate di fanciullo e di francescano, questi indù raiputi, che hanno la fame alle porte, e sentono la necessità d'un profumo e d'un fiore, e dividono il pugno di grano giunto d'oltremare con le piccole creature di Brama!
Giaipur, 10 febbraio.