I giardini del Maraja sono di una malinconia cimiteriale che pure ha il suo incanto sotto questo cielo non nostro. Le palme, i cipressi, gli aranci sono tagliati a forme geometriche, tra siepi di busso, di rose bengali, moderate secondo lo stile francese del secolo XVIII. Anche le piscine per gli elefanti, gli stagni per i coccodrilli e le testuggini hanno sagome Luigi XV; a questi motivi occidentali s'alternano, con bizzarria che non dispiace, le linee indiane: chioschi a guglia, cupole tre volte panciute, ponticelli di marmo traforato come trina che cavalcano stagni quasi asciutti dove intristiscono le ultime ninfee e gli ultimi papiri. Visitiamo il Palazzo Reale — la parte accessibile al forestiero — ed anche qui è l'anacromismo orientale e occidentale: sale parate di damasco europeo, sovrapporte settecentesche con episodi ellenici e pastorali, pendoli Robert, fiori sotto campana, alte finestre e telaietti; e si passa da questi appartamenti in corridoi dalle finestre ad ogiva moresca, a verande di marmo lavorato a stalattiti, a sale non arredate che di tappeti e di cuscini orientali, dalle pareti candide non decorate che di affreschi effigianti le incarnazioni di Brama. Si sale dall'uno all'altro piano di questi appartamenti di sogno in placidi ascensori elettrici costrutti a Manchester, mentre, per compenso, ci attende in giardino un elefante messo a nostra disposizione dal gran Cerimoniere della Maraja assente. Visitiamo i giardini vastissimi, ma dalla magra vegetazione senz'ombra. Sugli spalti della città, a grandi aranci dalle foglie accartocciate dall'arsura, s'alternano cannoni dorati e inargentati, inutili e grotteschi come le soldatesche che fanno i loro esercizi nel cortile sottostante: uomini alti e snelli come fanciulli, dalle strane divise miste di rigidezza britanna e di cenciosità orientale. Cose di una malinconia esotica intraducibile a parole.
E più malinconico di tutto il grande edifizio dell'Osservatorio Astronomico, fondato dal Maraja Ge-Sing, l'innamorato delle stelle, l'astronomo che diede alla scienza un contributo riconosciuto anche dalle società occidentali. Nel cortiletto interno, in mezzo ad una vasca senz'acqua, un immenso sferisterio sembra girare sulle spire arcuate del serpente in marmo che lo sorregge. E intorno sono attrezzi e costruzioni strane, in metallo ed in pietra, incise a formule misteriose non meditate più che dagli scoiattoli. In alto, il muro di una specula è tutto coronato di scimmie piccoline, strette l'una all'altra, freddolose al vento polveroso della sera. E i segni zodiacali s'alternano ad un'infinità di musetti pensosi e di code pendule.
L'olocausto di Cawnepore.
Cawnepore, 16 febbraio.
Remember Cawnepore!
Per anglomania, per rivalità d'infinite caste, per interessi naturali e morali l'India non vuole e non può sollevarsi. Guai se potesse, guai se volesse! La misura è già stata data una volta; la razza bionda sa quale sangue scorra nelle vene di questi indiani dal sorriso abbagliante di fanciulla timida, dallo sguardo mansueto sotto le ciglia tenebrose; e ricordano, come si ricorda nella calma dei secoli, il furore sotterraneo della terra malfida. E v'è un luogo fra tutti, in India, dove l'ansia d'ogni cuore britanno si volge come a un cratere. Come a un cratere e come a un mausoleo: il più tragico che la disperazione dei sopravissuti abbia elevato mai sull'ecatombe dei suoi fratelli caduti.
Remember Cawnepore! Non so staccare gli occhi dalla targa di cristallo che ha conservato, dopo cinquant'anni, le due parole disegnate da un highlander innominato sul cubo di granito. Il soldato era certo tra quelli che ebbero il còmpito tremendo — più tremendo che affrontare il nemico — di entrare nella casa della strage, di restaurare le pareti crollanti, di raccogliere i resti, di detergere il sangue «che saliva sino alle caviglie». Sopra un macigno sconnesso, dove il sangue aggrumato — sangue di bimbi biondi, di donne bionde! — offriva una pagina rossa, il soldato aveva disegnato, con la punta della spada, a grandi lettere accurate, le parole tragiche.
Remember Cawnepore! Nessuno ha dimenticato, ma certo l'umile soldato non immaginava che il cubo fosse più tardi rimosso e la sua iscrizione, tutelata dal cristallo, figurasse oggi nelle cripte del Fatal Well: il pozzo fatale. Il sangue ha preso col tempo una tinta di fuliggine, dove le due parole spiccano più chiare; e certo esse mi danno un brivido d'orrore, mi rievocano i giorni famosi assai più delle grandi lastre di marmo nero dove sono incisi in oro i nomi e le date delle varie campagne.
Per ricordare in tutta la sua tragica bellezza quella pagina rossa della storia Anglo-Indiana — sulla quale si profilano, vittime innocenti, tante soavi figure di donna — bisogna rivivere la notte del 14 maggio del 1857. Non invento: tolgo dalla raccolta del Times di quell'anno — sfogliata nella decrepita biblioteca del Queen's Hôtel — tolgo fedelmente dalla nuda esposizione dei fatti quanto ne emana di tragica poesia. È la notte famosa. Gran festa da ballo nel bungalow del colonnello Stanes, festa da ballo e serata diplomatica, consigliata dalla prudenza coloniale contro gli eventi. Gli eventi son gravi. Si è in piena rivoluzione; il fermento crepita, s'accende, si spegne, s'accende qua e là come una miccia non bene nutrita, ma inquietantissima. Sono in fermento gli Stati del Bengala, Bombay tumultua, Mirat è a ferro e fuoco, Delhi è in mano dei sepoys ribelli. Sono rimasti fedeli agli inglesi gli Stati del Pengjab, Madras, Baroda. La sorte oscilla. Ma il tumulto si propaga terribile. Compie ora il secolo dal giorno dell'occupazione sacrilega (1757-1857) predicano i Bramini; la profezia dei 100 anni sarà coronata dallo sfratto degl'infedeli e da un'India degli indiani. I reggimenti di sepoys si sollevano ad uno ad uno, per cause minime: la proibizione di portare i grandi cerchi d'oro agli orecchi o di ridurre le lunghe barbe uncinate, un nuovo tipo di carabina che comporta cartucce da rompersi coi denti: e le cartucce sono unte con grasso di bue o di maiale: il bue, animale sacro per gli Indù, il maiale, animale immondo per i mussulmani; cause occasionali: le cause concrete sono ben altre. Gl'inglesi annettono uno stato dopo l'altro alla Compagnia. Lord Dalhousie ha tolto di colpo l'immenso Stato di Ouda, rifiutando al Marhaja spodestato la pensione e gli onori. Quasi tutti i sovrani indigeni delle provincie del Nord sono in vedetta, sicuri del popolo, forti di ricchezze immense e di una speranza quasi certa: l'aiuto della Russia ferita dalla campagna di Crimea, la Russia in vedetta all'Himalaja.
L'Inghilterra provvede, combatte l'insurrezione con tutte le qualità sue migliori. Giunge a Cawnepore la notizia che a Mirat — a dieci miglia dalla città — i sepoys hanno ucciso gli ufficiali inglesi, e il colonnello Stanes apre le sue sale ad una festa da ballo, quella sera stessa, per consiglio del generale Hugh Wheeler, e tutta la Colonia è invitata in gran gala diplomatica: la guarnigione europea, tutti i gentiluomini, tutte le signore. Nulla si deve temere, nulla si teme a Cawnepore: la popolazione sappia ben questo. A Wood-House l'orchestra alterna i valzer al God Save the Queen. Si festeggia il genetliaco di Sua Maestà la Regina Vittoria. Eppure qualche voce corre tra gl'invitati, qualche voce corre nella folla. Un reggimento di sepoys s'è ammutinato quel mattino stesso, appena è corso l'annuncio dell'assedio di Delhi: poco importa: il reggimento fu internato. La folla è ostile, il distaccamento europeo non è che di trecento uomini: poco importa: il generale Wheeler ha avuto due giorni prima un lungo colloquio con Nana Sahib, ultimo peshawah di Poonah, fedelissimo dell'Inghilterra, alleato ultra modernista, il quale ha messo a disposizione del generale diecimila uomini suoi che già occupano gli edifici della Tesoreria e dell'Arsenale e difendono Cawnepore in una cerchia infrangibile. La città è in festa, nella bellissima notte tropicale. Le bionde ladies possono sfoggiare le loro spalle e i loro gioielli, gli ufficiali alternare le divise vermiglie alle immense crinoline di seta, nelle graziose volute delle contraddanze e dei lancieri. Li protegge il Marhaja generoso, li tutela dall'alto, in effige, la graziosa sovrana ventenne, biondo-cerula sotto la corona dove scintilla la gemma unica al mondo.