God save the Queen...: ma come si prolungan le salve dei cannoni e delle moschetterie: come s'innalza di lungi il clamore della folla — senza dubbio festante. — Il frastuono copre quasi la musica e le risa degli invitati. Ed ecco che Sir Hugh Wheeler fa un cenno e nel silenzio generale s'avanza nella gran sala e parla. La sua voce è come quella del capitano che annuncia all'equipaggio inconsapevole il naufragio imminente:
— Siamo perduti, — s'odono grida femminili, — siamo perduti, se c'è fra noi chi non sappia dominarsi. Tutti al Forte William. C'è mezz'ora di tempo. Gli ufficiali accompagneranno le signore ai rispettivi bungalows per provvedersi di roba e prendere i bambini. Fra mezz'ora non deve più restare un europeo in città. Fra mezz'ora tutti al forte se v'è cara la vita. Calma, ordine, silenzio! L'orchestra, — i musici si sono alzati precipitosi, — l'orchestra continui a suonare fino a mio ordine: laggiù si deve credere che la festa continui. Fra mezz'ora tutti al forte! Le ragioni le sapranno poi.
Le ragioni sono queste. Nana Sahib ha gettato la maschera; ha armato con tutte le munizioni e con tutte le artiglierie dell'arsenale i suoi diecimila demoni neri, i quattro reggimenti di sepoys ammutinati; i forsennati stanno per entrare in Cawnepore, non più difesa che da un gruppo di fedeli; otto ufficiali inglesi sono stati uccisi; tra mezz'ora la città sarà a ferro e fuoco ed ogni europeo passato a fil di spada. Non c'è rifugio che tra le mura tozze del Forte inglese.
— Al forte! al forte!
L'allarme corre la città. In mezz'ora tutti gli europei: uomini, donne, fanciulli — ottocento circa — sono al riparo: ma la difesa è derisoria: trecento soldati europei contro la falange furibonda! Eppure il manipolo resiste una settimana, due, tre, resiste fino alla morte per difendere le donne e i fanciulli che si stringono allibiti alle spalle. Le pareti decrepite crollano, sotto le granate, un bastione è aperto dal nemico: i difensori improvvisano trincee sotterranee; combattono nel fango. Comincia la stagione spaventosa delle pioggie tropicali. Donne, vecchi, bambini affondano nel paltume, si sviluppano il vaiuolo e la peste; nel cortile del forte si sotterrano i cadaveri; mancano le munizioni, mancano i viveri: le donne rifiutano il cibo per risparmiarlo ai bimbi e ai difensori: si vive di speranza: la notizia dev'essere giunta a Calcutta, ad Allahabad: la colonna liberatrice è forse alle porte.
Poi anche la speranza dilegua: è la disperazione, la morte certa: oggi, domani. Ed ecco il nemico farsi clemente. Nana Sahib propone al generale Wheeler una capitolazione; il generale si sdegna, rifiuta, ma la moglie, un'indigena, lo scongiura ad accettare; il generale esita; le donne, le madri implorano, impongono il consenso per i bimbi morenti di fame. E Wheeler accetta. Le condizioni, d'altra parte, sono accettabili: tutti avranno la vita salva e l'onore delle armi. I prigionieri saranno tutti imbarcati e condotti ad Allahabad, in terra pacifica. Viene il giorno della liberazione. Nana Sahib non ha mentito. Sul Gange, che scorre dietro il forte William, ventisette imbarcazioni attendono gli europei, delle quali due sono piccoli piroscafi a ruote: more comfortable — spiega il nemico — destinati alle donne e ai fanciulli. La flotta a remi, a vela, a vapore prende il largo sul fiume sacro. Ed ecco una cosa incredibile avviene. Sulle due rive, per una lunghezza interminabile, sono schierate tutte le truppe ribelli, tutta l'armata di Nana Sahib, con tutte le artiglierie tolte all'arsenale inglese, puntate sulla flotta che passa. È un saluto d'addio. No, è la carneficina ultima, sistematica, lo spettacolo infernale che Nana Sahib offre alla sua ferocia selvaggia. I proiettili s'incrociano dalle due rive più fitti, più micidiali d'un eruzione vulcanica; le imbarcazioni avvampano ad una ad una; le vittime balzano dai roghi galleggianti; molti annegano, quelli che raggiungono la riva sono respinti a colpi di lancia dai malebranche spietati: a morte! a morte! Carne da caimani!
E i caimani del Gange devono aver giubilato di tanta carne tenera e bianca: vero è che poco dopo, per mesi e mesi, si moltiplicava in carne più fosca e men tenera di sepoys....
*
Ma la tragedia indescrivibile, quella per la quale Cawnepore è tristemente celebre, comincia appena. Tutti furono uccisi, fuorchè le donne e i bimbi — trecento circa — ricoverati sui due vaporetti che ritornarono a Cawnepore per ordine di Nana Sahib. Costui aveva bisogno d'un ostaggio contro la vendetta inglese che non poteva tardare e che sapeva tremenda, adeguata al delitto. I trecento superstiti inermi, folli di spavento e di dolore, dovevano subire una prima onta. Non furono restituiti al forte, ma vennero chiusi in una Be-Be-Ghar, parola intraducibile, tanto meno in inglese, un edificio basso e malsano; e là, nel luogo turpe, Lady Sotten, Lady Wheeler, Miss Kraty, tutte le fiere donne d'Inghilterra, le mogli, le sorelle, le figlie dei dominatori, quelle dinanzi alle quali i nativi parlavano a mani congiunte, languirono per venti giorni — venti secoli, venti età! — annichilite, inebetite dall'onta e dallo spavento, in attesa dell'aiuto che doveva giungere, ohimè — troppo tardi.
La grande colonna Inglese, comandata dal generale Haweloch s'avanzava da Calcutta verso Cawnepore, batteva i ribelli più volte, guadava il Bari-Naddu. Nana Sahib si vide perduto, si vide costretto a fuggire con tutti i ribelli, costretto a lasciare al nemico l'ostaggio delicato. No! Il nemico doveva trovare un carname! Fu dato l'ordine della carneficina immediata. I sepoys esitavano. Pietà, forse; forse viltà; poichè basta lo sguardo d'una donna inglese per far abbassare lo sguardo di cento nativi. I bruti uccisero senza fissare le vittime, uccisero a fucilate, attraverso le grate delle finestre, uccisero a colpi d'accetta, uccisero sfracellando i cranii infantili contro gli alberi del cortile, come si fa pei botoli malnati o bastardi. In mezz'ora la carneficina era compiuta. Morti, semivivi, feriti, tutti furono precipitati nella gran cisterna del cortile. Quando il giorno dopo irruppero nella Be-Be-Ghar le colonne salvatrici — i mariti, i padri, i fratelli delle vittime — delle trecento vittime non restava viva che un'indigena, l'aya (governante) dei due gemelli di Sir Sotten. E a lui che l'interrogava, che la scrollava alle spalle, perchè parlasse, essa rispondeva sghignazzando, abbracciando il tronco d'un palmizio sul quale s'alternavano ciocche bionde e grumi vermigli. La povera donna era demente.