— Benares.... il Gange....

Devo ripetere i due nomi favolosi per convincermi che veramente risalgo in barca il fiume sacro, con dinanzi lo scenario della Città santificata.

— Il Gange.... Benares....

Devo liberarmi dal ricordo di troppe descrizioni — da quelle deliziosamente arcaiche di Marco Polo a quelle moderne e sentimentali di Pierre Loti — per rientrare nella realtà, vedere la cosa troppo attesa con occhi miei. Vano è scrivere, vano è leggere; una bellezza non esiste se prima non la vedono gli occhi nostri. L'aforisma wildiano è giusto. Ma prima ancora di saper leggere, io sognavo di Benares. Se risalgo alle origini prime della mia memoria vedo la città sacra in un'incisione napoleonica, nella stanza dei miei giochi. E il ricordo è così chiaro che il sogno d'allora mi sembra realtà e la realtà d'oggi mi par sogno....

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Slowly! Adagio, più vicino, — ripeto di continuo al barcaiuolo frettoloso.

Benares va vista dal Gange, come la ribalta dalla platea. L'interno della città è un dedalo infinito di viuzze laide, degno vivaio di tutte le epidemie del mondo. La città fu costrutta sul Fiume, protende tutta la sua bellezza verso le acque deificate.

La mia barca costeggia i ghati: così si chiamano i gradi più bassi delle immense scalee. La stagione asciutta scuopre la città quasi alle fondamenta ed appaiono gli immensi cubi di granito, i templi tozzi, le teste elefantine dei Ganesa, le braccia multiple dei Siva, le statue massiccie destinate ad un'immersione annua di molti mesi e patinate ora da un limo rossiccio, di bellissimo effetto. La patina rossa colora la città fluviale, indica il regno delle acque fino all'altezza di venti e più metri; dopo comincia la città abitabile, dalla fantastica architettura. Duemila sono i templi di Benares eretti come una selva lungo i dieci chilometri che la città occupa sulla riva sinistra del Gange: templi a pagoda buddista, piramidi e guglie bramine, cupole panciute, minareti maomettani, chiese eurasiane, sinagoghe, tutto è tollerato in questa «Terra dell'Indulgenza» pur che si creda. Tu non dirai che la tua religione sia migliore delle altre. Colui che dice: io sono nella verità, colui non è nella verità....

Ecco il noto profilo dei templi e dei palazzi, con le scalee, le verande, le specule, le infinite finestre tutte rivolte verso il fiume, ecco le strane «cupole a pigna», così caratteristiche nella architettura indiana. Gran parte dei superbi edifici appartengono a marahja delle terre più lontane, sono residenze di espiazione. Come nel Medio Evo i principi andavano ad espiare i loro trascorsi in Terra Santa, così i signori indiani visitano Benares una volta all'anno o si ritirano in vecchiaia per esalare l'anima in cospetto del Fiume-Dio che assolve di tutto. È risaputa la credenza; colui che muore a Benares, lasciando le sue ceneri al Gange, foss'anche un infedele, è dispensato dal martirio d'ogni reincarnazione, raggiunge la felicità dell'Increato. Malati, diseredati, vecchi d'ogni genere giungono dalle contrade più remote, dalle foreste equatoriali di Ceylon, dalle vette nevose del Cachemire, per aver pace nel seno di Brama.

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