E la continuazione ininterrotta da tempo remotissimo è provata dal sussistere di nomi della bassa latinità e perfino del parlare comune e volgare.

Un documento laudense del mille[450], per esempio, parla di vicanalibus atque conciliis. Che i concilia sieno qui rispetto al vicanalia quello che nei documenti ricordati or ora sono i vicanalia rispetto ai communia, non mi pare si possa negare. Prima di tutto resulta dal contesto e poi, in ogni modo, l'atto aggiunge subito dopo: «cum ecclesiis et capellis», mettendo in correlazione evidente l'ecclesiae con i vicanalia e le capellae con i concilia; ed il termine ecclesia, — ne ha data da più di un secolo completa dimostrazione il nostro vecchio e bravo Lupi — di regola indica esclusivamente le pievi, delle quali se ne aveva una per ogni capoluogo[451] di fronte agli oratorî e alle cappelle private liberamente sparse per il pago.

Nè si hanno concilia solo a Lodi: si sa di concelibus locis a Gravedona[452] e nel Canton Ticino[453], di concilibus locas sul Lago Maggiore[454] e a Bergamo[455], di concilibus locis in quel di Como[456]. E se ne possono trovare anche altri esempi; mentre io mi limito a quel tanto che mi sembra sufficiente a dimostrare che il fatto è generale.

Ma non c'erano soltanto terre pertinenti ad un solo concilium: ce ne erano anche di pertinenti a più concilia insieme e che si chiamavano interconciliaricia; e come i varî concilia facevano capo al vicus; così questi beni erano interconciliaricia rispetto ai concilia, ma communia rispetto al vico, il quale costituiva una circoscrizione maggiore ed unitaria che li comprendeva ed univa tutti. Interconciliaricia è una parola sicuramente e genuinamente romana e, quindi, lascia supporre che anche l'altra parola concilia sia un'antica parola romana o volgare, accolta dai compilatori dell'Editto langobardo, perchè già in uso nella pratica. Rotari, infatti, distingue nettamente il concilium dal vicus: ambedue sono rustici, ma il primo, distinto anche topograficamente dal secondo, è considerato come l'infima suddivisione dello Stato e composta di elementi servili[457]. Del resto a confermare che l'antica ossatura romana rimase inalterata, si può fare anche un'altra considerazione. Il sistema dell'agricoltura non muta dall'epoca romana nella successiva[458] e, quindi, è presumibile che nemmeno la parte dell'organizzazione dei vici relativa ad essa abbia subito modificazioni.

Aggruppati nel respettivo pago questi vici formavano, insieme con le minori suddivisioni nelle quali si frazionavano, dei complessi omogenei ed organici. Siculo Flacco attesta che della munitio delle vie vicinali erano incaricati i magistri pagorum, i quali dovevano curare la prestazione delle opere necessarie da parte dei possessori[459] ed avevano anche altri ufficî, conservati loro dalle leggi teodosiane e giustinianee e dalla consuetudine[460], che mostrano chiaramente che il pago ed i suoi magistri erano il centro ed il perno dei varî vici di cui esso è composto, e che tale condizione di cose si è mantenuta per secoli e secoli con modificazioni scarse e minime.

Per quanto cautamente si proceda non si riesce a trovare una differenza fra le disposizioni delle fonti romane e quelle del secondo capitolo mantovano generale con cui Carlo Magno si duole che per la dolosa complicità dei magistri (consentientibus magistris), alcuni riescano a sottrarsi all'obbligo della restaurazione della chiesa battesimale[461]. Quest'obbligo dalle più vetuste fonti è ricordato sempre insieme con quello della restaurazione delle strade, dei ponti e delle mura ed insieme con esso — come abbiamo veduto — è sempre qualificato come antiqua consuetudo[462]; ciò che ci assicura che il sistema non è stato importato dai Franchi e ci spinge, anche per questo lato, a ricercare la riconnessione dell'onere verso la chiesa con l'onere verso lo Stato nel tempo romano ed a rilevare fino da ora la posizione subordinata che in questa opera di conservazione s'intravede aver avuto la Chiesa.

E ciò si vedrà ancor meglio continuando l'individuazione del pago dal lato religioso.

Il pago romano aveva feriae speciali che traevano origine dalla sua natura economica e corrispondevano alla sua costituzione civile[463]. Un solo tempio — compitum — serviva a tutti gli abitanti, i quali, uniti nei sacra che si facevano nei crocevia in onore dei Lari e nelle varie lustrazioni con le quali si invocava dalla divinità che le messi e le sementi granissero — ambarvalia — e crescessero — feriae sementivae[464] erano ancor maggiormente stretti fra loro da una processione che girava torno torno ai confini e ne faceva annualmente così esatta ricognizione che oltre a fornir materia ai poeti[465], se ne potevano valere agrimensori e giuristi[466].

I medesimi bisogni, lo stesso timore di eguali pericoli, la medesima speranza in un soccorso divino[467], per la nota adattabilità della Chiesa cristiana, fecero sì che i riti della nuova religione fossero quanto mai simili a quelli dell'antica: la plebs al posto del compitum; chiamati i fedeli dal caro e ben noto suono delle stesse campane che avevano chiamato a quello i gentili[468]; accolte per la maggior parte le vecchie usanze dalla mietitura alla vendemmia[469]; sostituito il contenuto (e non tutto) ma non la forma dei canti lustrali con le litanie, suppliche solenni, in forma dialogata, appositamente adottate, per invocare la protezione divina sopra i beni della terra, che si recitavano nelle stesse epoche percorrendo gli stessi itinerarî che per secoli avevano percorso le lustrazioni, attraverso gli stessi vici e gli stessi campi nei pagi rustici; uscendo e rientrando per le stesse porte e passando per le stesse vie e per gli stessi crocicchi nel pago cittadino al quale, superato lo stadio primitivo in cui la città coltivava divinità diverse e superiori a quelle del suburbio, fu aggregato anche il pago suburbano[470]. E come la lustratio e le altre funzioni del culto particolare della città erano affidate ai Flamines[471], mentre nei più larghi confini a cui giungeva l'autorità della magistratura cittadina, ogni incombenza di culto spettava al Sacerdos; così il vescovo, capo della diocesi, è indicato paganamente col nome di sacerdos[472] e, accanto a lui, è, non meno romanamente, qualificato come municipalis — al pari dell'antico flamine — l'arciprete che è preposto agli abitanti della città e del suburbio[473].

Il cristianesimo continuò la stessa precisa via del paganesimo e cementò e rafforzò sempre più la preesistente e persistente unità del pago. Fu suo principio assoluto che non vi potesse essere che una sola pieve in una medesima circoscrizione plebana: plures ecclesiae baptismales in una terminatione esse non possunt[474]; che non si potessero frazionare le diocesi primitive altro che in caso di necessità evidente riconosciuta ed in ogni modo e sempre con le maggiori cautele; nè si potessero ridurre pievi a semplici cappelle[475], nè creare nuove pievi, quantunque normalmente si trovassero a molta distanza fra loro[476].