I decomani, ossia gli ebdomadarii, milanesi originariamente erano dei sacerdoti della chiesa cattedrale deputati per una settimana, come dice il loro nome, ad officiare una determinata chiesa; ma più tardi, per l'aumentare della frequenza dei fedeli presso le chiese preferite, l'arcivescovo fu indotto a deputarvi degli ecclesiastici che vi risiedessero in permanenza in modo stabile e fisso.

Il più antico esempio di questo mutamento ci è offerto dalla chiesa di S. Ambrogio.

Verso la metà del secolo ottavo il clero milanese, affaticato dal servizio che doveva prestare presso la cella di questo santo — diutius laborantibus in eadem ecclesia — domandò all'arcivescovo di nominarvi ed istituirvi un apposito monastero di monaci che di continuo e pubblicamente vi celebrassero gli uffizî e le laudi — ante sancta corpora continuatim indifferenter ac publice officia et divinas laudes concelebrent — e l'arcivescovo li accontentò con un diploma dell'anno 789[519].

I monaci ebbero in tal modo alcune facoltà che nè il custode Forte, a cui prima era affidata la chiesa, nè alcun altro custode di chiesa privata aveva. Esse erano di tale entità da trasformare il primitivo e modesto oratorio privato — cella — in una chiesa fornita di facoltà tali da meritare la qualifica di ecclesia[520], propria delle sole pievi, pur senza trasformarne il carattere in una vera e propria pieve.

Poichè dall'anno 789 — in cui l'arcivescovo institui il monastero — all'anno 864, nel quale sono ricordati i decomani officiales della chiesa di S. Ambrogio, non avvenne di sicuro (come si rileva da un documento di cui ci occuperemo ben presto) alcun cambiamento presso di essa, si ha fondata ragione di ritenere che i preti decumani di cui si parla nel secondo documento sieno i monaci ai quali vennero concessi col primo speciali facoltà. Ed in tal caso, siccome il testamento di prete Gregorio non accenna a differenza alcuna fra i decumani delle varie chiese che ricorda; la concessione, fatta dall'arcivescovo Pietro, di celebrare pubblicamente e di continuo gli uffizi e le laudi, può esser presa come punto di base e di partenza per determinare l'ufficiatura propria dei decumani.

Si è accennato ad un documento concernente la chiesa di S. Ambrogio.

Con esso l'abate ottenne dall'arcivescovo Tadone che alcuni sacerdoti, che, poco prima per sua utilità, aveva raccolti e collocati presso la chiesa per celebrarvi i maggiori ufficî del culto fossero annoverati nel consorzio dei sacerdoti cittadini[521]. Ai monaci si aggiunsero, dunque, dei preti esclusivamente incaricati dell'officiatura; l'officiatura stessa si estese fino alla celebrazione della messa cantata ed i preti furono ascritti all'ordo della cattedrale.

I privilegi speciali concessi ai preti istituiti dall'abate nel monastero di S. Ambrogio presso la sua chiesa, concernono due obietti distinti: le persone di questi preti e le loro facoltà liturgiche.

Essi ottennero di essere annoverati nella congregazione dei preti cittadini per una concessione eccezionale dell'arcivescovo in conseguenza degli speciali ufficî del culto che furono autorizzati a compiere e che erano ben differenti da quelli dei monaci, ai quali, appunto perchè ritenuti non idonei, furono aggiunti.

Per la celebrazione dei maggiori ufficî del culto non era meno necessaria della capacità dell'officiante (che doveva aver raggiunto il presbiterato) la capacità del luogo, che doveva essere chiesa pievana; e la prima era subordinata alla seconda per modo che solo i preti di una chiesa pievana potevano compierli.