A Pavia nel 1084[682] comparve nella corte del vescovo, alla presenza dei capitanei, dei valvassori e dei cittadini maggiori e minori della città — presentia capitaneorum, vavasorum et civium majorum seu minorum ipsius civitatis — l'abate Veridiolo per querelarsi contro l'abbadessa del Monastero di S. Maria Teodota; ed il predetto popolo dei maggiori e minori cittadini — predictus popolus tam majorum quamque minorum — stabilì di prendere il monastero sotto la propria defensio — la parola ed il significato corrispondono pienamente a quelli dei diplomi regi ed imperiali — affinchè nessuno osasse turbarlo e sempre rimanesse «in ipsorum istorum civium majorum seu minorum potestatis defensione».
Dato che il notaro Eurico dichiara di avere scritto questo decretum per invito dei capitanei dei valvassori e dei cives — per ammonitionem istorum capitaneorum et vavasorum et civium —: è chiaro che questi cives costituiscono una classe sociale distinta ed inferiore — dal momento che è ricordata per ultima — alle due prime nell'ordine politico: ma di autorità tale da aver diritto di cooperare con esse in affari di primaria importanza. Che anzi, dal documento appare in modo non dubbio che a prendere l'iniziativa furono proprio e soltanto i cives.
Nel documento — e l'osservazione vale anche per i documenti ricordati più avanti — civitas indica sempre il complesso delle abitazioni chiuse entro le mura: il monastero di S. Pietro, per es., è detto «extra murum predictae civitatis»; e un altro documento dello stesso anno e dello stesso luogo[683] specifica che un tal Uberto, ottimo milite, è civis Papiae urbis. Il significato di urbs non ha bisogno di spiegazioni; così come è sintomatico che il poeta bergamasco Mosè del Brolo, fiorito nella prima metà del secolo decimosecondo[684], chiami cives solo coloro che abitano entro le mura e urbana negotia tutti gli affari d'importanza[685].
Nè si può passar sotto silenzio — pur tralasciando tutti gli altri documenti in cui si ricordano cives — l'esempio, che ha con quello pavese bei punti di contatto, fornito dalla «Relatio de innovatione ecclesie sancti Geminiani» scritta probabilmente verso la fine del 1106[686].
La vecchia chiesa di S. Geminiano di Modena minacciando rovina, l'ordo clericorum e l'universus eiusdem ecclesiae populus cominciano a discutere sui provvedimenti da prendersi.
Finalmente in tempo di sede vacante, cioè probabilmente dopo la morte del vescovo Benedetto nel 1099, per consiglio concorde così del clero, come dei cittadini e degli arcipreti di tutte le pievi rurali e dei militi della chiesa stessa — unito consilio non modo clericorum... sed et civium universarumque plebium prelatorum seu etiam eiusdem ecclesie militum — si decide la costruzione di una nuova chiesa.
Nel 1099 mutinenses cives et omnis populus danno principio alla nuova fabbrica. Nel 1106, sotto il vescovado di Dodone, la fabbrica del nuovo tempio è giunta a tal punto che vi si può trasportare il corpo di S. Geminiano.
Fissata la traslazione per il primo giorno di maggio se ne dà avviso non solo a tutta la diocesi ed alle «comprovintiales civitates» ma anche alle «adiacentes». Si raduna quindi in Modena un «maximum episcoporum concilium, clericorum, abbatum et monacorum, fitque congregatio militum, fit et conventus populorum utrisque sexus» come a memoria d'uomo non si era visto mai. Vi accorre anche «cum suo exercitu» la contessa Matilde.
Avvenuta la traslazione nasce una disputa abbastanza vivace fra i vescovi ed i cives perchè i presules desiderano revelare le reliquie del santo ed i cives autem et omnis populus ci si oppongono recisamente. Si ricorre alla contessa Matilde la quale si toglie d'imbarazzo consigliando di attendere la prossima venuta di Pasquale II; e giunto il papa nell'ottobre, per suo consiglio si procede all'apertura del tumulo dopo aver deputato alla custodia del corpo di S. Geminiano sex viros de ordine militum et bis senos de civibus obbligatisi prima con giuramento a custodirlo e salvarlo da ogni pericolo di violazione.
La città, dal punto di vista ecclesiastico, resulta dell'ordo clericorum e dell'universus eiusdem ecclesiae populuis e cioè degli ecclesiastici e dei laici viventi entro i suoi confini: ma di questi ultimi alla deliberazione effettiva con cui si decide la ricostruzione della chiesa, insieme con gli arcipreti del contado ed i vassalli del vescovado partecipano solo i cives; soltanto i cives hanno diritto di opporsi al parere dei prelati riguardo alle reliquie e solo i cives hanno l'onore di vegliarle e possono pretendere ed ottenere di essere in numero doppio di quello dei militi onde pareggiare col numero lo squilibrio della diversità di armamento e esser posti in pari grado con loro.