In Italia non era mai cessato l'antichissimo sistema, probabilmente preesistente alla stessa conquista romana[673], per cui le più elevate facoltà giuridiche erano prerogativa esclusiva di coloro che avevano diritto alla qualifica di urbani, i quali in tutti i rami del vivere civile, dalle magistrature — magistratus urbanus — ai collegi e corporazioni — collegium urbanum, collegia urbanorum — alle opere — opereis urbanorum — alla cittadinanza tutta, insomma, intesa nel senso ristretto del gruppo dei rapporti fra l'individuo e la città, di cui è cittadino — urbani — civis urbanus — godevano una preminenza assoluta ed incontestata.
Anche con la legge dell'anno 400 — e già la rovina di tutte le istituzioni premeva — gli edifici, gli orti e le aree dei pubblici edifici ed i luoghi pubblici situati entro la città ed il suo suburbio, insieme ed al pari dei beni ecclesiastici, furono locati in perpetua conduzione ai soli urbani collegiati e corporati delle singole città. E più tardi fu solo alla plebe urbana che fu riconosciuto diritto di partecipare alla cosa pubblica, specialmente riguardo ai beni comuni, quando fu costretta ad aggiungere il suo contributo personale a quello ormai insufficiente delle curie e delle corporazioni.
Nè lo perdette quella specie di collegio cittadino, in cui per lo sbiadirsi sempre maggiore delle proprie caratteristiche individuali, andaron fondendosi in forzata coesione le varie classi sociali dei vinti al tempo dei Goti[674].
I Langobardi trovaron tale stato di cose e non lo mutarono.
Erano urbani — civitatis Reatine habitatoribus — quei Reatini i quali nel 774 ricercarono i confini del gualdo publico presso la loro città, insieme con il notario Insario incaricatone dal re Rachi, con il messo del duca Lupone, con il loro gastaldo Immone, con due sculdasci ed il marphais, ed ai quali fu inviato uno dei quattro brevi redatti alla presenza del duca di Spoleto «et quartum (breve) quidem direximus ad supradictos homines in Reate»: dice il documento[675].
E la presenza del gastaldo stesso di Rieti alla compilazione ed all'invio del breve mostra che la solidità e la consistenza giuridica del gruppo da essi formato di fronte allo Stato, di cui egli era il rappresentante, non era minore di quella, che già si è avuto occasione di accennare, dei cittadini di Pavia, di Piacenza, di Cremona, di Verona, etc.; i quali erano urbani al pari di questi; come è provato dalla qualifica di habitatores urbis, de civitate, con cui li vediamo chiamati[676] quando, come in quest'ultima città, non son detti addirittura urbani.
Il conte Nannone, per esempio, incaricato da Ottone I. di dirimere una controversia fra il vescovo Raterio ed i suoi concittadini, il 30 giugno 968, seduto al suo tribunale, interroga e si rivolge ai soli urbani — «ita orsus est loqui: quid vobis videtur, urbani, de isto prato?» —[677].
Nella nota convenzione stipulata nel 1037 tra il vescovo Olderico ed i cittadini di Brescia, a proposito dei beni comuni della città[678], la concessione dei medesimi non è fatta a tutti i vicini della civitas di Brescia; ma solo a quelli di essi che abitavano entro le mura: vos qui supra — (presbisteris ceterisque liberis hominibus Brixiam habitantibus) — vicinos eiusdem Brixiae civitatis habitantes vestrosque filios et heredes, et proheredes simulque omnem progeniam vestram.
E ancor più evidente è quello che avviene a Mantova, dove, col diploma imperiale del 1055, sono detti e qualificati cives anche gli arimanni entrati ad abitare entro le mura e sono protetti in modo speciale e differente da tutti gli altri arimanni sparsi per il territorio mantovano — predictos cives, videlicet ermannos in Mantua civitate habitantes[679].
A Bergamo nel 1081 il vescovo Arnulfo decide una grave controversia che da tempo si agitava fra i canonici di S. Vincenzo e quelli di S. Alessandro per causa di certe decime, con l'aiuto e il consiglio di «multorum clericorum, civium, extraque urbem manentium sapientum et nobilium.[680] Dei non urbani (extra urbem manentes) non partecipano che i nobili e i sapienti[681] mentre i cittadini partecipano tutti e chi fossero questi cives lo indica la contrapposizione e la preminenza su quelli che vivevano fuori delle mura: erano gli urbani.