Nebbia fitta bassa e gelida; la natura, ridivenuta per progressione a rovescio informe abbozzo, arrischia poche chiazze di colore sull'immenso caos grigio che l'avviluppa e che ha divorato tutte le cose che esistevano al mondo. Allora, per la risonanza delle cose vuote, il mare vicino e invisibile sembra sforzare la sua gran voce per intonare una selvaggia e perpetua canzone, nella quale il cupo scroscio delle onde interpone in ritmo le note basse, espressione di una eterna minaccia.

Passa un marinaio incappucciato e, per mancanza di sfondo e di qualsiasi dimensione di confronto, apparisce enorme. Passa e canta, finchè un grido che non si sa da dove venga non gli impone di tacere: e la nebbia lo inghiotte, lasciandogli soltanto il rumore del passo.

Dà fastidio anche questo.

— Fermo! — gli gridano di nuovo. E si riode il tumulto dell'acqua infranta dall'invincibile serenità della sabbia.

Ed ecco che da lassù verso lo zenit, da una distanza che è impossibile precisare, e che può essere smisurata e minima, giunge a noi come l'indistinto ronzìo d'un coleottero sconosciuto, grosso, forte, rapidissimo. Sembra che questa creatura, scaturita dal cielo, abbia fretta di raggiunger la terra, contro la quale certo tra poco precipiterà, non avendo mai finora esperimentata la legge della gravità che attira verso il pianeta tutto ciò che sfiora la sua orbita.

Ma in pochi momenti l'immagine dell'insetto diviene meschina ed assurda. Un rombo netto, sonoro, quasi musicale, che trova in sè una progressione di intensità via via più frenetica, una voce irrompente di dominatore, ci rivela che ciò che si approssima a noi è un essere fatto per traversare spazi di Creato.

— Un idroplano! — grida una delle vedette dei forti nascosti dalla nebbia; ed altri invisibili corpi che popolano il grigio ripetono qua e là il suo grido.

Eccolo: e nello sfondo cinereo, sul nostro capo balza fuori e trasvola inclinata una grande forma dalle linee dure che mantiene ferme due ali chiare e allunga una coda opaca, mentre dal suo muso rincagnato di triglia sfugge un anelito rabbioso e fischiante.

È un solo attimo di sbiaditi colori, di fremiti di nebbia, di confusi turbinii; e subito dopo, laggiù, in direzione d'uno specchio d'acqua tranquillo, udiamo gli starnazzamenti ultimi dell'arrivo, rantoli di motore frammezzati da pause nette: poi, silenzio.

E mentre nel cielo invisibile apparisce bianco e senza raggi il disco spento del sole, avviene nella nebbia una corsa d'ombre verso il punto dove il messaggero ora giace con le ali rimaste rigidamente aperte e senza più un palpito, come uccello colpito nel volo: una cosa divenuta d'un tratto talmente inerte che occorre per ogni suo spostamento il lavoro di una fila di uomini che essa segue legata, ficcando il muso basso nell'acqua e «guardando in su» con aria di rancore, dai cerchi tricolori dipinti sulla sua prora e che han la pupilla rossa e le palpebre verdi.