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— E da dove viene lei?
Il ragazzo disse le ultime parole a centinaia di chilometri di distanza, forse in una molto più alta latitudine, e adesso che deve parlar di nuovo e rispondere, sembra stentar a ritrovar le sillabe.
Tutti uguali questi figli del cielo e della benzina! Tra l'orlo del grosso cappuccio di lana grigia ricalato sulla fronte e quello del bavero di pelliccia rialzato sulle gote e chiuso, i loro occhi continuano anche in terra a guardare al di sopra delle cose non riuscendo più a raccorciar le distanze e a riformare le prospettive orizzontali. I loro movimenti sono frenati dall'involucro di cuoio che li stringe e l'ingoffa, e sembrano anche in terra economizzare ogni loro forza per nulla sperdere della loro energia vitale, come lassù. Perciò camminano lentamente e con un passo che pesa; e stentano a rispondere alle domande degli uomini, perchè appena giunti dal cielo dove non v'è altra legge che quella del vento, del fulmine e della morte, altro spettacolo che i cataclismi delle nuvole e l'imperio sfrenato della luce, il piccolo uomo e le sue misere questioni ripugnano.
— Vengo da X... — questo mi risponde come trasognato. — Ma vorrei un po' di cognac perchè il mio l'ho finito... — aggiunge, mentre si tira su il cappuccio, giù il bavero e scopre dei foltissimi capelli biondi, e una bocca rasata e ridente, tagliata dritta sotto la linea dritta del naso.
Oh, grammatica dell'Ollendorff! Quanti dei tuoi grotteschi esempi si ritrovano nella vita! «Queste rose sono belle, ma il cavallo del colonnello (colonel) ha una macchia (spot) bianca sul petto...».
Glielo dico. — Comprende subito: ride e s'asciuga col fazzoletto il volto che ha tutto bagnato come per pioggia.
— È che ho molto freddo.
Allora avviamoci a prendere questo cognac nel padiglione che la guerra mi ha assegnato: due centinaia di metri di percorso lungo un viale erboso, argentato dalla nebbia e fiancheggiato da scheletri d'alberi umidi.
— Vuole anche un po' di thé ben caldo?