Non bisogna dar troppo ascolto a ciò che dicono questi uomini dopo una lunga navigazione. La presenza continua della morte tende troppo i loro nervi e bisogna scusarli se nelle prime ore di porto non ritrovano subito la logica.

Ma la mia incredulità silenziosa lo sconcerta: insiste: dice che gli sembra di vedere come dei carri stranamente dipinti ed addobbati; vuole che io guardi alla mia volta...

Ha ragione. Il binocolo precisa. Sono maschere, laggiù: e un'idea da lungo tempo morta, improvvisamente risorge da un involucro di antichi pensieri, come un fantasma sghignazzante da una tomba scoperta. È carnevale: il breve periodo di sincerità in cui l'uomo si proclama ad alta voce buffone...

Già: le sillabe cadono nei meati della memoria e ne fanno sprizzar su faville roventi. Carnevale! E viene voglia di sparir dalla terra.

IV.

È notte: la Strada Reale, arteria principale della città di Valetta è affollata; e torrenti di luce l'inondano. I nostri occhi, usi da mesi alla tremenda oscurità delle coste e delle navi, si riempiono di quando in quando di abbarbagliamenti quasi dolorosi che ci alterano e confondono i contorni delle cose e ce ne offuscano la visione. Maschere e soldati inglesi, maschere e marinai francesi, maschere e uomini indefinibili vestiti a nuovo di stoffa kaki, dall'aspetto quasi militare preso a prestito e dallo sguardo triste, come per un persistente sottostrato di terrore; ancora maschere... maschere.... E tutta questa marea urlante ci sfiora, ci afferra, ci circonda, qui con vaste chiazze di colori vividi che la luce elettrica esagera, là con fiotti di grigio e di kaki, che nell'atmosfera d'argento assumono aspetti fangosi. Bisogna aprirsi il varco sospingendo un poco con i gomiti: e allora da maschere sgualcite dall'orgia, occhi lucidi si fissano sulle nostre uniformi; volti roridi di perspirazione si girano verso di noi, donne dal viso già scoperto ci sussurrano vicino la loro curiosità... Chi siamo? E una scìa di rispetto ci segue che placa alle nostre spalle l'urlìo della folla... — Italiani... Italiani... Italiani... Isonzo... Gorizia... — La mia lingua divina, su queste labbra maltesi che nel salso del mare e nel vischio del commercio e della dominazione trattennero arabo, levantino e inglese, ritrova una straordinaria purezza d'accento. È un niente: ma io sento che in questo istante il sangue della mia razza spruzzato da un santo aspersorio sulle balze del Carso e dilagato qua e là sulle onde adriatiche, ribolle tutto nelle mie vene come per uno di quei miracoli che incurvano le folle avanti a un'ampolla sacra.

Italia, la maestà del mondo sei tu! e a poco a poco il tuo piedistallo s'eleva tra attonite genti!... Guarda qui, questi schermitori e rinunziatori di ieri! guarda come questa folla che ci opprime con la sua sorpresa e queste donne scomposte che ci indicano l'una con l'altra usando il loro orribile gergo semi-arabo, sembrano creature ancora troppo piccole per la nostra statura italiana...

Ma ecco un signore che s'apre il varco in senso opposto al nostro e si avvicina sorridendo.

— Vogliono farmi l'onore di entrare?... — ci dice in italiano purissimo, mentre c'indica un vasto edificio dal pronao a colonne che fronteggia la strada.

— Sono il proprietario del teatro — continua — e c'è veglione stasera. — Li prego di non dir di no...