XII.
R. Nave «. . . . .» 9 marzo 1917.
Miss Edith,
La sua risposta non è venuta. «Meglio così». Ma bisogna che io le riscriva subito: e questa volta mi risponda, anche telegraficamente. Ho di nuovo dovuto prendere il mare e mi trovo adesso assai più lontano da lei. Senta ora la descrizione d'una strana notte di navigazione... Vedrà alla fine perchè gliela descrivo, e così minutamente. Abbia pazienza.
Dunque senta: non appena chiuse dietro la mia nave le reti del porto, si stese sui ponti quel solito, gelido silenzio che è come il primo alito della morte che spazia sui mari. Con la prora al largo, si entra in un regno in cui oggi non si parla quasi più: e quel poco, a bassa voce come nei cimiteri. È una delle cose che si ricorderà dopo guerra, questo silenzio repentino delle navi partenti, non appena fuori del loro rifugio. La città si gravava di grigio e di violetto, viva soltanto nei guizzi di rubino strappati al sole morente dai cristalli delle sue case. Qualche stella arrischiava un oro o un argento indeciso tra cumuli di nuvole nere separate da spade di luce smorta. Di fronte a noi, come una immensa prateria coperta di bruma brulicava di greggi bianche di cui mi sembrava udire il cheto fruscìo, come tra erba rimossa: un'erba alta, compatta, scura e piena d'ombre. L'arena della morte era schiusa per noi.
Avanti. Il fremito cupo delle eliche si accelerava a poco a poco come se nella nave crescesse una febbre e le vedette collocate ovunque divennero immobili in una stessa posizione d'ansia che condensava tutta la loro vitalità nello sguardo dilatato: lo sguardo notturno, iperestetico dell'uomo di mare che nessun quadro potrà mai riprodurre.
Ero al mio posto, in alto, con l'usata vista della prora sott'occhio e la solita sensazione di masse calde, vive, dominatrici alle spalle: i fumaiuoli. Un vento freddo ed umido arrischiava di quando in quando qualche ululato, come un mostruoso cantante da tregenda che si preparasse dietro un sipario di nuvole a far sfoggio tra poco di tutta la sua voce di sciagura. E l'ombra si gravava insensibilmente di tenebre divorando gli ultimi chiarori crepuscolari aggrappati all'orlo capriccioso di alcune nuvole e soffusi, come per una ricaduta, in un'ultima, piccola striscia rossa d'orizzonte. E in breve, fu la Notte: la notte di guerra marittima, piena di misteri, popolata di fantasmi, carica d'una paurosa ostilità che spia, sorveglia, con miriadi d'occhi invisibili, appuntiti a raggiera da un cerchio immenso, verso un punto solo: la nave.
Questo, lo scenario, Miss Edith: e quando ad Oriente, da una fitta cortina di nuvole, lacerata da un'improvvisa raffica di scirocco, apparve la luna in disco completo, essa sembrò ricambiare il nostro sguardo con una smorfia cinica come per esprimere il suo disprezzo di satellite, veramente disgustato di dover seguire ancora attraverso gli spazî un così abbietto pianeta.
Nel pensiero, i pochi soggetti soliti e costanti: Primo: il nemico c'è. — Secondo: il siluro destinato a noi è già pronto a qualche metro sott'acqua e non dev'essere molto lontano. — Terzo: Tra tutti noi marinai che in questo stesso momento navighiamo, alcuni son già segnati dal destino: Chi saranno?... — Tre dogmi che escludevano ogni altra forma di ragionamento e abbandonavano la nostra sorte inerte al caso.
Ebbene, malgrado ciò, — aspetti a dare un significato alla frase banale che segue — ho dovuto pensare varie volte a Lei: e sa come? Tutte le volte che estraendo il portasigarette dalla tasca del petto, le mie dita incontravano una piccola cosa setosa che rispondeva al tocco mio come con una lieve carezza. E allora riavevo per un attimo, là a mezz'aria sulla prora deserta, la sua visione con le mani sul volto, come a Malta, immediatamente cancellata dall'alta spuma d'un'onda che s'infrangeva in pulviscolo d'argento contro le àncore e contro le piattaforme dei cannoni di prora.