Ho reagito: non ho fumato più e dopo essermi a lungo occupato dei miei doveri professionali, mi son lasciato sbatacchiare dalle convulsioni del mare, sprofondato su una sedia a sdraio, pattinante a zig zag nel buio perfetto del casotto della plancia. E buio nel pensiero.
Fuori, il passo dell'ufficiale di guardia, affrettato o rallentato dal rollio, scandiva il tempo esattamente come cosa meccanica e non più umana. Tremiti, tintinnii, urti, sibili di vento si fondevano in una strana sinfonia in tono minore, a cui davano ritmo costante le pulsazioni cupe delle eliche. Di quando in quando la porta s'apriva e la nera ombra del sott'ufficiale radiotelegrafista si delineava sul chiarore lunare. La solita informazione: — Si stanno ora intercettando comunicazioni radiotelegrafiche nemiche...
— Lontane?
— Sissignore. Ancora sì.
— Sta bene. — E ritornava l'oscurità. La voce nemica stesa sui mari, giungeva a noi come sempre: voce caratteristica, di tonalità quasi musicale, da non confondersi con nessun'altra. Parlava di noi? O erano i resoconti degli assassinii della giornata? Ma! Avanti le eliche, verso il nostro destino. Mai generazione fu più fatalista della nostra, perchè mai nessuna fu più sciagurata. La dimostrazione evidente era questa: che avevo sonno, che nel cervello scosso si producevano lacune di pensiero sempre più lunghe, sempre più torbide: un urto, un sobbalzo, un'ansia, e giù di nuovo con la testa ciondolante sul petto: il riposo di noi marinai, Miss Edith...
Ricordo precisamente. Continuavo ad aver la sensazione di esser sbatacchiato, di qua e di là, ma non sapevo più come. Come o da chi? Perchè una strana luce che pareva sorgere tutt'in giro a me, tenue e multicolore quasi arcobaleno estremamente diffuso e velato, ma che a poco a poco prendeva forma, mi delineava come delle bizzarre figure umane che mi premessero i fianchi. Movimenti ritmici le animavano tutte, dando l'idea che una musica lontanissima e da esse sole udita, le trascinasse in una sola, silenziosa danza.
Sì, che erano esseri umani: ma tutti lividi, tutti uguali nelle loro movenze stranamente stecchite e nel fisso riso macabro, rivelato soltanto dai loro lunghissimi denti, scoperti fino alle radici come nei teschi, perchè il resto del volto era mascherato di nero. E vestivano tutti i possibili vestiti della terra, presi a prestito da tutte le epoche, da tutte le regioni.
Ad un tratto mi parve che un alto moschettiere m'urtasse più forte, con un gomito aguzzo che mi diede dolore.
Gli afferrai il braccio e sentii la larga manica cedere nella stretta, fino a una piccola cosa cilindrica e dura, che non aveva attorno alcuna morbidezza di carne...
— Chi sei? — gli gridai...