Dall'estremo di una delle due dighe di scogli, trepidanti sotto i miei piedi, solo, scudisciato dal vento e toccato dall'ortica della schiuma salata, contemplavo questo spettacolo con occhi nuovi. Fin'allora, in tutta la mia esistenza divorata dal mare, avevo vissuto «dentro» la tempesta, in quei poveri giuocattoli da tempesta che sono le navi. — Avevo sentito per anni passare ad una ad una sotto di me le creste delle onde, subendone l'impulso pazzo nei muscoli e avendo la sensazione dello sbalzo del corpo da abissi senza fondo ad altezze che sembravano fantastiche, per riprecipitar giù secondo una legge eterna e forsennata. Il cozzo della prua contro l'onda, lo squasso di tutte le cose di bordo, l'irrompere violento dell'acqua, bianca assassina, erano accompagnati dalle strette dell'anima, mentre il volto, flagellato dal vento e dalla schiuma, manteneva quell'espressione impassibile che ci venne insegnata da bimbi e che noi marinai per un nostro segreto sappiamo ritrovar sempre anche nei subbugli della terra, anche nelle meschine bufere che il lividore dei piccoli uomini biechi può sollevarci qualche volta intorno.

Ieri invece il mio stato d'animo era simile a quello d'un «gaucho» delle Pampas, rimasto per la prima volta appiedato e fermo tra sterminate torme di cavalli in fuga, confusa e fragorosa mareggiata di groppe guizzanti, criniere tese, code inarcate e lampeggiamenti di occhi convulsi.

Se la tempesta mi avvolgeva come a bordo, se dall'urlo demoniaco delle raffiche si sprigionava la stessa eterna minaccia, a me, uomo, misera cosa nera sperduta in un bianco caos di distruzione, il mio corpo, inclinato contro il vento «era inimobile»: e mi pareva questo un fenomeno straordinario, quasi inverosimile e tale da separare come in due la mia natura, gettandone una parte al passato e l'altra al futuro.

E di tutte le morti che per più di due anni di guerra m'eran venute incontro nel mare, sulla punta avida del siluro, sull'opaca chiazza della mina, con l'acino biancastro e sibilante delle bombe, con lo scoppio livido delle granate, mi sembrava non restasse più nulla e che questo immenso cimitero d'acqua dove in profondissime tombe si dissolvono tanti cari compagni dell'adolescenza mia, non potesse più incutere alcun timore e la sua voce altissima fosse vana.

III.

Oggi è dunque giornata di messe. Maturata dalla continua tragedia del largo, e fecondata dalla gelida oscurità della notte piuttosto che dalla calda luce del giorno, essa giunge in briciole disposte su di uno stesso livello: scure e lucide briciole che il sole ci rivela subito. Le correnti adriatiche favoriscono molto, in tal senso, questa località di guerra. E il corso d'acqua che lambisce le isole Dalmate, il Quarnero, l'Istria, le foci dell'Isonzo, del Tagliamento, del Piave e del Po, giro perenne dall'Austria all'Italia, raccoglie tutti i detriti marittimi della nostra delenda nemica, tutto ciò che Fiume, Pola, Trieste rigettano: e ce lo fa rifluire qui, su questa sabbia.

I miei marinai, mietitori e spigolatori assai abili, son già distesi in catena avanti alle batterie, denudati nelle gambe e muniti di ogni specie d'ordigno che la loro esperienza ha foggiato.

E sguazzano e si divertono un mondo a questa pesca di guerra, l'unica che oggi questo mare deserto, triste, abbandonato, dia. — Più forte fu la bufera e più proficuo il raccolto sarà: avremo più mine strappate dai loro ormeggi, più rottami d'aereoplani, più detriti, più Austria e forse avremo qualcuna di quelle cose scure, floscie, irriconoscibili, lentamente rivoltate dalle onde come per una vita fittizia, che sconosciute madri già piangono in qualche angolo della terra.

V'è chi è incaricato di redigere come una specie d'inventario macabro, diviso in due colonne brevemente intitolate A. e I.

Tutta la raccolta delle cose rimaste impigliate stanotte tra gli arbusti di là della sabbia, è già ordinatamente elencata. La lista della colonna I è aperta da un elmetto da aviatore, «slacciato nel sottogola». L'uomo, un capitano di cui è visibile il nome nell'interno della cupola, è dunque caduto vivo. — Dove? Come? Quant'ansia umana fervette in questo vuoto involucro che ha galleggiato fin qui, muto messaggiero di catastrofe!... Ora due piccoli granchi spauriti, vi si rincorrono lungo la fascia interna di cuoio flaccido...