Da quale matrice fu prodotto costui? Austriaca, tedesca, francese, inglese, italiana? Venne a me da una nave sventrata, da un sommergibile squarciato, da un idrovolante stroncato, dalla rossa corrente d'un fiume di battaglia? Una sola parola scroscia quest'onda: Venne! Capo, gregario, eroe, abbietto, venne.
Tempo già fu che su quest'acque mie, ridevan le vele d'uomini felici, vivida flora d'un giardino azzurro, rivangato da eliche solerti. Sulle mie rive si rincorrevano frotte di fanciulli denudati all'alterna carezza dell'acqua e del sole, nel vigile sorriso delle mamme sedute in crocchio e trattenenti l'ago.
Da mille vie adducevo ricchezza, serena gioia di sentirsi vivi, fratellanza d'uomini e forza: e a celebrare l'attività del giorno, mi cingevo a sera d'una corona immensa di fari.
Ero vita più che morte allora. Ma maturità e dissoluzione sono in ciclo perenne. E il frutto dell'esistenza, troppo addolcito da ininterrotto tepore, produsse putredine che avvelenò anche il tronco. E l'albero del Male rinacque.
Mangiarne il pomo voleva dir cataclisma. Osarono alcuni popoli e colti da follìa, si precipitarono sugli altri in spaventevole cozzo. Alla terra il grigioverde: il bianco e il nero a me.