Ci guardiamo e tacciamo. L'idea dei tanti anni qui dentro compressi mi opprime. Io quasi non oso sospingere il mio pensiero vivo tra tanti cadaveri di pensiero sepolti in questi crani; ed in me sopravviene come un'improvvisa fanciullezza sulla quale incombe di nuovo quel «rispetto dei grandi» che da bambini ci faceva così umili.
Far parlare costoro, raccogliere le loro leggende mi sembra ad un tratto una cosa impossibile. E poi, sarò compreso?
— Neanche per sogno! — mi dice nettamente un mio amico di qui che secondando il mio desiderio ha saputo scovare questi otto vecchi — ciò che resta dei più celebri marinai del paese — e si è offerto da interprete. — Bisogna lasciarli parlare come credono, partendo da un argomento qualsiasi e spingendoli a poco a poco dove si vuole. Vedrà che faremo presto. Diriga loro una domanda a caso... ma che susciti il loro interesse... Cerchi un po'...
Oh, allora è presto fatto. Interessar dei vecchi? Chi molto ha speso, pensa spesso a ciò che gli resta: qui, il vissuto e il da vivere. Scaldarli un po'? Basta chieder loro, per esempio, chi sia il più giovane...
Questa mia prima domanda, tradotta, suscita infatti un confuso coro di denegazioni discrete, accentuate da una mimica a scatti come di mal congiunte membra di legno: cercar di precisare la propria età li mette di buon umore, li ravviva comicamente: son risatine catarrose, titubanze, brevi scoppi di tosse...; ed anche colui che viene finalmente designato da tutti come il più giovane, sembra schermirsi da un fatto buffo che a torto gli venga attribuito: e ride scoprendo le caverne dei denti.
Ride perchè ha settantadue anni. Si chiama Antò, detto Picchinsù: e il cognome è inutile. Dice di conoscermi perchè un figlio di sua figlia, ora morta, fu imbarcato con me sulla Varese e per i miei buoni uffici fu promosso sottonocchiere. Può darsi.
Ma ce n'è un altro che ride di più; Isè (Giuseppe) detto «La Botta» (il rospo), rattrappito infatti da un troncone d'antenna che gli cadde addosso in una notte di tempesta. Qualche parola che io non comprendo s'intercala nell'espressione del suo riso.
— Dice — mi spiega l'amico — che Antò è «nu frighì» (un ragazzo) perchè lui invece ne ha ottantasette...
Ottantasette! Un breve calcolo mentale scolpisce nella mia mente la cifra 1826 e mi porta a riflettere su una circostanza naturale e che senza nesso logico, ora mi apparisce come assurda: e cioè che quando nacque questo Isè «la botta», l'Aquila Cörsa era sparita da appena cinque anni...
Ma tutti gli avvenimenti della terra si fransero contro la prora della paranza di costui. Infatti alla domanda scherzosa se egli ricordi di aver sentito nella sua adolescenza nominare un certo Napoleone Bonaparte, l'uomo corruga le bianche sopracciglia, pensa, si sforza, ride... Se l'ha sentito nominare! Sicuro. Si ricorda benissimo di un tale che si chiamava Napoleò ma che aveva però un altro soprannome: non Bonaparte. Era padre di tre figlie... — come tradurre la rude parola sua? — uomaiole, le quali vagavano a sera per la pineta lungo la spiaggia, deviando dalla casa e dalla moglie i marinai ritornati dalla pesca...