— Isè, questo non c'interessa — interrompe il mio amico. — Non vogliamo sapere questo, Isè.
Ma il vecchio, preso ad un tratto dal suo ricordo risvegliato, non bada più a nulla, e testardo come bimbo continua:
— ... tre figlie che tutti i marinai alternativamente prendevano e maltrattavano: e che poi — prosegue abbassando repentinamente la voce — si rividero sempre dentro «lu scïò»...
— In che cosa? — chiedo stupito.
— Zitto! — Mi sussurra l'amico illuminandosi tutto. — Il caso ci aiuta. Mi pare che ci siamo.
Un silenzio: un silenzio intessuto dal sibilo dei respiri. Ma perchè tutti questi vecchi mi fissano, sorpresi alla loro volta?
— Lu scïò! — mi si risponde in coro e con un tono confinante col rimprovero, così come merita la mia inverosimile ignoranza, non dissipata certo da una tale conferma.
— Ma guarda questi giovani! — sembra mi dicano otto paia di occhi divenuti improvvisamente vividi nel fondo delle occhiaie — Hanno carta e penna davanti, interrogano, pare che sappiano tutto, e poi...
— Parla tu, Isè — dicono varie voci, stridule, roche, bambinesche, sibilanti. Spiega tu a «lu patrò»[1] che è.
Ma l'uomo esita, sputa... repentinamente illividito. Con un gesto quasi incosciente leva un braccio per indicarmi le finestre su cui l'acqua scroscia... I ricordi napoleonici svaniscono d'incanto avanti alla strana parola, al terrore, al gesto di questo povero rimasuglio di celebre marinaio.