— Come? — insisto. — Vuol dire dunque tempesta questa tua parola?
No: è evidente che l'idea della tempesta raccorcia l'altra, la vera, tanto è amaro il sorriso che l'accoglie.
— Più, più... — brontola il vegliardo fissando i cristalli. — È cosa più temibile, più spaventosa...
— E parla dunque! — gli dice l'amico. — Tu sei il più vecchio e tutti sanno che ne hai viste e fatte d'ogni colore. Ma che cos'hai? — gli chiede, vedendolo chinar la testa tra le mani.
— Non si parla di queste cose, patrò; non se ne parla mai: e specialmente quando il tempo è cattivo: come oggi. Sono anni che non ne parlo più — risponde con fioca voce il vecchio. — Porta sfortuna.
— Sta a vedere che il famoso Isè «la botta» ha paura! Come le donne!
— Chi, io? — esclama il vecchio in un subito sussulto. — Patrò, Isè ha paura soltanto del vino cattivo. Quando non si vive più in mare «non c'è più bisogno» d'aver paura di niente. In mare, santi e madonne, e in terra, vino.
E rivolgendosi a me: — lè bune lu vì tue, patrò? (È buono il tuo vino, signore?)
E ad un vago cenno d'assentimento: — Mbè — dice —: Nu lu sci viste maie tu, lu scïò? (Non hai mai visto, tu, lo scïò?)
— Mai.