— Grazie... Poi?

— Secondo errore. Come classificherebbe quella molto bella signora, forse olandese, che lei deve aver certo conosciuta nella sala di scrittura qualche giorno fa? Se dovesse descriverla che tipo ne farebbe?

— Appunto: m'aiuti lei... M'interessa...

— Ah! Allora mi fermo.

— No, no... vada avanti sicuro.

— Ebbene: gliela classifico io. Propensione per le uniformi italiane: specialmente di Marina. È un tipo recente che in questi ultimi tempi, chi sa perchè, si riproduce continuamente. Una ne va e l'altra viene. Il tipo ha due sottospecie: il brioso, il gioviale che dopo poche parole dà dello chéri e che ridendo butta inaspettatamente le braccia al collo in un angolo di salotto; e il solitario, l'altero, l'assente, che aspetta a stringersi al fianco in una calle stretta, in un vano di ombra della luna, o che avanti ad un Tiziano o ad un Veronese che ella contempla con occhi umidi a lungo, stringe forte la mano di colui che l'accompagna... Va bene? Tanto l'una che l'altra sottospecie scrive molto, riceve molta corrispondenza sigillata e preferisce impostar le proprie lettere da sè. Si direbbero — non rida! — spie, se questo genere non si fosse da un pezzo rifugiato nella letteratura francese di una certa specie lagrimatoria e revancharde. Vorrei sapere chi crede alle spie, qui? Spiare che? Chi è che da noi ha mai pensato a nascondere qualche cosa?

Pure un non so che di simile deve sussistere, per quanto la nostra mentalità non riesca a persuadersene. — E la sconosciuta persona di cui parlavamo deve appartenere a questa classe indeterminata... Vuole un consiglio? Se ne guardi!

Non condivido totalmente la sua opinione, ma annuisco. E siccome squilla il campanello elettrico che annunzia nuovi «arrivi», il nostro colloquio è bruscamente interrotto da un inchino affrettato che il direttore mi dirige per accorrere al suo posto, nel peristilio che s'apre sul grande viale del Lido.

«Se ne guardi...» Le parole mi si ripetono nella mente con una subitanea insistenza, mentre mi siedo appartato in una delle grandi poltrone di marocchino del salone, di fronte alle arcate dell'entrata, dove si sprofondarono corpi di tutte le razze. E se avesse ragione? La spia: sulle scene, primissima avanguardia di guerra... Ma via! Quale assurdo pensiero! Se si dovesse soltanto ammettere una simile possibilità, questo povero paese nostro non sarebbe più che un immenso vivaio di spie, allagato com'è, di esotismo torbido, libero, indisturbato, quasi padrone della nostra vita.

Guarda! Dei colleghi! Non precisamente: dei colleghi alleati: ufficiali di marina Austriaci, accompagnati dall'addetto navale Austro-Ungarico a Roma, che io conosco. Giungono ora e il direttore li ossequia con un forte angolo d'inchino. Sono con loro alcune signore e alcuni bambini vestiti da marinaio, sul cui berretto, per antica professionale mia abitudine di leggervi il nome ricamato in oro sul nastro, il mio occhio fugacemente si posa... Oh! Maledetti! «Lissa» e «Novara»... Selvaggi o idioti... Potessi figgere in tutta la vostra orda con punte roventi nel cervello queste lettere della nostra sciagura, che venite a mostrarci in casa nostra!...