Erano ottantamila; un popolo, nella pingue retata di Pasic. Ma quando la Serbia, invasa, ritrasse il suo esercito in Albania dirigendolo alla salvezza del mare, dovè fare della sua preda, divenuta troppo pesante, un greggie disordinato: e sospinse tutto avanti a sè per monti senza strade, per vallate senza traccia d'uomo, nel fango e nella neve, spaventevole massa su cui la morte ed i corvi tripudiarono a lungo e che lasciò un cammino tracciato per sempre da ossa.

Fame, colèra, tetano, assideramento, sfinimento e pazzia, traversarono regioni in ridda furiosa, ieri come oggi e come domani, nella sinistra gioia di poter uccidere senza freno, senza ritegni di nomi, di croci e di cifre, sicure di ogni impunità.

Cifre? Eccone una sola, ed anche questa vaga, indecisa. Pare dunque che tra tutti gli scaglioni arriveranno al mare circa cinquantamila ex-uomini.... A sei o sette giorni di marcia da qua, il computo del secondo scaglione faceva prevedere così: ma in questi giorni, gli ultimi del calvario, molte ultime forze si saranno spente, e che la cifra venga di molto abbassata non sorprenderà nessuno.

Sicchè la differenza...

E questo è il carico che aspettano i quattro giganteschi transatlantici grigi, mentre il Ponente porta via i loro sbadigli di vapore ed i monti di Valona s'abbrunano...

II.

Io vedo un gruppo di cavalieri sboccare dalle case della marina là dove termina la strada di Valona e correre al galoppo sull'ansa di sabbia che da lì va fino ad un grande pontile d'imbarco eretto in questi giorni: il «terminus» della fiumana di dolore, il punto dal quale non si «camminerà più».

E subito dopo vedo apparire da dietro allo stesso sipario una Cosa che ha il colore della sabbia e che avanza lentissimamente. Il suo corpo si allunga come biscia che stani e il suo contorno si sfrangia e si ricompone, si allarga e si restringe, con contrazioni di cui è impossibile precisare l'origine e che sembrano sussulti dolorosi. Il chilometro circa di spiaggia che i cavalieri hanno percorso in pochi minuti, vien ricoperto dalla Cosa in un tempo lunghissimo, con un moto che non somiglia a nessun altro conosciuto e che ricorda piuttosto il lento progredire di un'alluvione. Tutta la Cosa brulica, non si capisce di che, ma il suo brulichio non ha niente di umano, giacchè essa non può appartenere alla terra o almeno alla terra delle nostre abitudini. Essa va, va, spinta da una forza che par venire dalle sue spalle, e con propulsione così continua, che nel dubbio non debba finire mai, una diga di soldati e di marinai s'è formata nelle vicinanze del pontile a far argine infrangibile. E quando la testa della Cosa vi giunge, essa vi rigurgita sopra con tutta la massa del suo corpo come fiumana di lava su un ostacolo.

Da una cosiffatta moltitudine s'alza sempre un clamore: e questa, per un fenomeno che fa smarrir il nesso delle idee, tace d'uno spaventevole silenzio. E subito s'intuisce che ogni sua forza, ogni sua estrema forza è concentrata nel lavoro meccanico del cammino, senza poterne sperdere nemmeno una particella per altre funzioni. Tutto è sopito nella Cosa: essa non ode, non vede: va; per un impulso che dura da mesi e che ebbe inizio a un grande tratto d'Europa da qui.

Ed ecco che tutta la baia, nella sosta serale del Ponente, è pervasa da un tanfo orribile: esso è giunto come un'improvvisa bruciatura nell'olfatto e basta esso solo a descrivere la miseria più orrenda di questa infelicissima cosa che è divenuta l'umanità dal 1914 in poi. Nessuno che abbia fiutato un simile lezzo di decomposizione potrà più dimenticarlo: esso sarà un'ossessione di tutta la sua vita, accompagnerà i sogni delle sue cattive notti e i suoi tristi momenti di solitudine.