(Byron, Childe Harold XXXIV).
I.
Alla vista dilatata ancora dal largo e dalle raffiche di capo Linguetta, non c'è gran che di cambiato dentro questa rada, dall'ultima volta che vi venni, ai primi tempi della nostra occupazione. Stessa impressione d'immenso lago perennemente sconvolto dal Ponente, stesso addensamento di nuvole in corsa sulle cime dei monti, sbrandellate attorno alla vetta di Kanina, diradate verso la vallata di Valona e più in là divorate dalla distesa di paludi che si allunga a perdita di vista fino alle foci della Voiussa, come se il vento vi si fosse aperta una grande via maestra del cielo; identico paesaggio di verde carico e di grigio, di vette scure e di balze incolte, dove i cipressi s'ergono qua e là come indici tesi allo zenit e ricordano quella cosa che qui imperò per secoli e che per una mareggiata di sangue s'è ora ritratta lontano lontano senza speranza di riflusso: la Turchia.
Già: ecco laggiù a Krio-Nerò, a Valona, l'altra sua impronta: i timidi minareti lasciati qui a recitar le preci della sua morte; e l'idea che poveri, spauriti «muezzin» compariscano ogni ora a ricordare con singhiozzante voce Allah e la sua misericordia alle molte migliaia d'italiani qui venuti dal Carso e dal Tirolo, apparisce dissennata, come una frase comica interposta da un pazzo in un epilogo tragico. Ma tra le case fronteggianti il mare allo sbocco della grande strada che unisce la lontana Valona alla sua marina, è qualche cosa di cambiato. Fresche tinte e vernici dimostrano che a vecchie abitazioni s'è data nuova vita: due immense croci rosse dipinte sul tetto bianco dell'antico Kursaal, dove or non è molto risuonavano a beneficio spirituale degli ufficiali austriaci le poco argentine voci delle canzonettiste viennesi, rivelano che quell'edificio è divenuto ospedale in espiazione dei suoi molti peccati. E poi le piccole cataste di legna, viveri e munizioni d'allora, i pochi rotoli grigi del fil di ferro dei reticolati, le corte file delle salmerie e dei cannoni, ora appariscono sulla sabbia della spiaggia moltiplicati per un coefficiente uguale a quello che ha moltiplicato le prime truppe inviate quaggiù fino a raggiungere oggi un prodotto enorme. Così, alla vista dei cubi e delle piramidi scure che nascondono le case e le sormontano, è possibile abbracciare d'un tratto col pensiero quanto divori la guerra e quanto lavori la terra per nutrirla. E repentinamente quella sensazione a cui è impossibile dar nome e confini e che si produce dovunque la vita umana bruci a larghe vampate, scaturisce dalla vista di ogni cosa: e tutta la nitidezza del panorama se ne offusca.
Navi, navi e navi: le grandi, al largo, in linea ordinata, disciplinate anche nel riposo; le piccole, sparpagliate a caso, più strette alla terra e frammiste a barcacce d'ogni dimensione e d'ogni tipo, resti di vecchie generazioni di barche da lungo tempo ripudiate dal mare libero e rimaste senza alberi e senza sartiame, carcasse senza membra.
Mai ve ne furono tante qua. E che qualche grave avvenimento del mare si prepari, è dimostrato dal fatto che in mezzo a loro, bianche come un simbolo della carità, listate di verde lungo tutta la loro lunghezza e largamente crociate di rosso, due immense navi-ospedale si distaccano nette sul grigio delle sorellastre che le circondano e che macellano perchè esse si riempiano.
La mia s'è ancorata vicino ad una di queste: e col Ponente arrivano a bordo le acri zaffate dell'acido fenico, l'odore di tutti gli alberghi della morte. Più in là quattro transatlantici giganteschi, dai quali una sovrapposizione di pittura grigia ha fatto scomparire ogni lucentezza dell'antico lusso, hanno quell'aspetto caratteristico delle navi che aspettano il loro carico: braccia di ferro protese e immobili, macchinari che sibilano chetamente come operai rimasti inoperosi, uomini raggruppati in silenzio qua e là nelle vicinanze del boccaporti e getti di vapore smorto dovunque.
Io so, noi sappiamo, che cosa aspettano...
È un carico che li riempirà tra breve tutti e quattro e che giungerà qui, partorito dalla costa, dai monti, da tutta quella sterminata distesa di terra vertebrata dai Balcani, percorsa dal Danubio, estesa fino ai confini meridionali della Germania e occidentali della Russia. È un carico che cammina da mesi per giungere qui, colonna senza fine d'ogni sciagura, assottigliata ogni giorno come valanga discendente al sole dei piani, orda umana radunata dalla guerra e spinta dalla guerra, inerme, al mare per essere inghiottita e dispersa.
Tra poco giungerà un secondo scaglione di prigionieri austriaci fatti dai serbi nella loro prima campagna vittoriosa, quando l'Austria, non ancora provincia germanica, aveva la gola stretta dalla morsa di Kumanowo e Leopoli e si sentiva soffocare.