Siamo giunti all'Asinara con un mare orribile che non s'è placato nemmeno per altri due sacchi cosparsi di calce che gli abbiamo gettati in pasto stamane. Troppi ne ha avuti in questi giorni: e ha ingoiati i nostri due con ingorghi indifferenti, quasi senza schiuma. L'isola della morte è qui, invasa da raggruppamenti di centinaia di tende e di baracche piene d'Austria, dai quali s'alzano come dei pacifici fumi serali di villaggio, e che invece sono fumi macabri.
È il tramonto. Il disco rosso del sole sembra soffermarsi sulla cresta d'una collina per dar ancora uno sguardo alla povera umanità brulicante su per le balze e divenuta irriconoscibile. L'ultimo suo raggio obliquo colpisce la nave mia come un proiettore gigante che indaghi in uno scafo appena giunto e mai visto. Ecco: s'è persuaso che anche noi siamo carichi dell'ordinario carico di morte: e allora il raggio si riempie di violetto, impallidisce, s'alza nel cielo e si spegne.
Qua sotto il bordo sono i pontoni che accolgono quanto noi raccogliemmo a Valona. La fiumana color terra s'è stabilita e «procede rapida» giù per la scala, mentre dai boccaporti spalancati si diffonde nell'aria il veleno degli antri da cui sgorga. Per lungo tempo subisco lo sfioramento di tutti gli sguardi che mi passano davanti ad uno ad uno, e che son tutti pieni di un'espressione identica: la gioia della sicurezza dell'io, mista a un poco di perplessità sull'avvenire e soverchiate entrambe dal niente di un fatalismo abitudinario. Nulla per tutto il resto: nel loro sguardo non c'è posto per altro. Un solo volto s'irradia di sorriso: queldel piccolo tamburino del reggimento, che non serba alcuna traccia del trambusto dei famelici dal quale fu travolto: Boris.
Passa: e staccando le sillabe dice:
— A ri-fe-ter-ci e cra-tzie.
È l'unico che abbia parlato nel lasciar la nave.
Gli ufficiali invece hanno parlato un po' troppo: informeranno... scriveranno... «Merci»... riconoscenza... «oublié la guerre... quand la paix viendra, nous...». Ma alla fine del discorso non segue — e non deve seguire — alcuna stretta di mano. Un saluto rigido di qua: l'inchino ad angolo, di là: «Bonne chance!».
— Presto che è notte! — gridano dai pontoni i carabinieri di scorta, mentre con una matita segnano su liste che hanno in mano, decine e centinaia, come i muratori contano i mattoni.
— Sergente, come si fa? — chiede uno di loro con una voce piena d'apprensione e riferendosi alla cifra da noi telegrafata alla partenza. — Ne mancano diversi! Il conto non torna!
Vien tranquillizzato con un rapido gesto a croce del pollice a mezz'aria.