Ma non è questa la sola cosa strana qui... Ecco l'ufficiale in 2ª: un giovanissimo sottotenente di vascello, che conserva ancora nello sguardo un po' di terra, parlare anche lui un suo linguaggio difficile, dopo l'«andiamo» del suo superiore.
— Duecentoquaranta in meno per l'equipaggio, comandante — dice.
— Già: i quattro malati. Dia pure duecentoquaranta.
E prima che io possa chiedere di che si tratti, attraverso una valvola che m'è vicina, fruscia improvvisamente qualche cosa che sviluppa a poco a poco come una nota musicale. È una delle tante bocche del sommergibile che s'è messa a bere: e in un solo sorso che dura pochissimo, ingurgita 240 litri d'acqua, per compensare — mi spiega il sottotenente di vascello — il peso di quattro uomini calcolati a 60 Kg. l'uno e sbarcati all'ospedale di... prima della partenza.
— Se no il «battello» è leggiero, tende a salire. Ecco: ora va bene...
Un colpo secco taglia la nota musicale. La bocca ha finito di bere: e nessuno parla più. Qualche viso laggiù nella prospettiva di cappelle ardenti si volge verso la camera di manovra con la tranquilla curiosità degli oziosi. — Poi nulla si muove più. — Tutta la massa del sommergibile, uomini e cose, sembra gravata da un peso maggiore e terribile, ora che l'ultima piccola tendenza al galleggiamento, l'ultima piccola spinta verso l'alto è annullata tutta. Ci sentiamo un «grave» e la parola richiama insopportabilmente le leggi della caduta irrefrenabile dei gravi che i maestri c'insegnavano nei corsi di fisica.
Siamo dunque un grave in equilibrio indifferente, pronti cioè ad ascendere o a discendere se un minimo peso d'acqua venga tolto o aggiunto: natante o macigno: pronti a ritornare alla luce e alla vita, o a calare indifferentemente alla morte. Ecco un'indifferenza che risponde poco alla parola.
Ma che dura poco: la decisione è di andare in giù.
— Apri al centro! — ordina infatti il comandante. E un'altra bocca ubbidiente si mette subito a bere per riempire un piccolo stomaco di ferro che dev'essere vicino a noi, tanto se ne odono chiari gl'ingurgiti avidi.
Tutti gli occhi si fissano sul quadrante di un grande manometro, la cui importanza è resa dalle dimensioni manifesta su tutti gli altri piccoli manometri disseminati qua e là tra i rami di metallo, come fiori bianchi, stranamente piatti, rotondi e senza petali. È lui che dice in metri a che punto dell'abisso siamo, partendo dallo zero della superficie.