— «Taljani!»... «Katzelmacher!»... «Welsche»... — questi erano i loro nomi: e così venivano interpellati quando si voleva comandare loro qualche cosa. E siccome nessun popolo sa chiudersi più del nostro, quando voglia, in un più cupo silenzio, essi da quel momento non parlarono quasi più, e nemmeno tra loro, perchè pareva loro che, avendo assistito al peggior momento della vita di ciascuno, essi non avessero più nulla da dirsi... Così; un silenzio estatico come quello d'ora.
Ah! come il grido dei corvi esprimeva bene la disperazione che giorno e notte, senza sosta, li mordeva... — il corvo, il lugubre uccello che la guerra imbaldanzisce e satolla: la forma nera librata a mezz'aria sui caduti e che l'immaginazione colloca sul cammino dei fantasmi...
E se ora la lontana campana della chiesa di Sebenico interponeva di tratto in tratto qualche squillo argentino, no, non era per loro il suo linguaggio di pace. Era troppo lontana: troppo soverchiata dalle grida di morte... Ad essi non diceva nulla.
... Ed il loro occhio non si distoglieva da quei punti a mezz'aria, dove tumultuavano le visioni del loro dolore...
Così, come tutti i giorni, alla stessa ora...
II.
Erano ancora vestiti coi loro abiti di bordo che indossavano in «quel» giorno. I camiciotti dal largo colletto azzurro, benchè logori e ricuciti qua e là con grossi punti inesperti, erano tuttavia puliti per lavature periodiche che tutti e quattro ripetevano come a bordo e durante le quali essi restavano quasi nudi. Ma la tela, nonostante tutte le lavature, conservava ancora le giallastre roseole della nafta, il sangue delle navi, la cui tenacia, simile a quella del sangue degli uomini, non si vince: traccie sicure di catastrofi e di delitti. I loro galloncini di lana rossa, s'erano poco alla volta sbiaditi, come se ormai, avendo perduto significato e prestigio, fosse del tutto inutile mantener più qualsiasi risalto. Così anche i loro «distintivi di categoria» erano quasi spariti dalle maniche; ma resti di cannoni, eliche e torpedini, trapunti e riaccomodati con le estreme risorse dell'ago e del filo, persistevano ancora e valevano a dare un ricordo di ciò che fossero i quattro prigionieri italiani quando i loro galloni erano rossi e vivi.
Due cannonieri scelti: un fuochista: un torpediniere palombaro. Liguri i due primi; siciliano e romano gli altri; e in quattro formavano appena novanta anni.
Tra loro ogni differenza di carattere regionale era da lungo tempo sparita e volta per volta acquistava una maggiore importanza, della durata di qualche ora, chi tra loro avesse ricevuto una lettera dall'Italia. Le poche righe sopravvissute alle lunghe cancellature e ritagli della censura austriaca erano allora rilette a tutti come proprietà comune, così com'erano a poco a poco divenute comuni le parentele e reciprocamente famigliari i nomi di chi loro scriveva. Era l'Italia che inviava la sua parola attraverso l'Adriatico: e siccome la corrispondenza degli umili ha una sua costante uniformità di espressioni e di frasi, questa parola era per tutti identica e bene appropriata alla natura di tutti.
E come per un tacito accordo di cui non potevano precisar l'origine, ma che rispondeva a un'oscura necessità di sentirsi ora meglio uniti e più alti nella scala dell'italianità, essi, che durante la loro vita di oscuri popolani e di marinai appena distinti da numeri, avevano sempre parlato il loro dialetto, lo avevano a poco a poco abolito, correggendosi a vicenda nei passi torbidi e accettando senza sorrisi i più irsuti strafalcioni derivati da sforzi mentali, non sostenuti che da vaghi ricordi delle scuole di bordo.