Così chiamavano «brotaglio» l'ibrida zuppa nerastra che veniva loro data in pasto a mezzogiorno, e «strocoto» — ostrogoto — lo sciancato maggiore comandante della fortezza.

Ed un giorno che uno dei loro carcerieri aveva gettato loro del pane legnoso, sghignazzando: — Brot... ansgezeichnetes brot, meine katzelmacher!, — Pane! di pane, mascalzone — gli aveva risposto uno di loro, il torpediniere palombaro romano, fissandolo in maniera tale che l'altro aveva levato il calcio del fucile a mezz'aria, pronto a colpire. Ma lo sguardo italiano non s'annebbiò, non s'abbassò: e il calcio lentamente ricadde.

— Pane! Buono pane! — disse l'austriaco, pallido nel volto e nell'anima.

* * *

La lama d'ombra s'era ristretta. Nello spiraglio delle mura, aperto sulle lontane case di Sebenico, i corvi erano a poco a poco spariti, rintanati dal sole troppo cocente.

Ed ecco che ad un tratto i quattro prigionieri ebbero come un simultaneo sussulto e distolsero insieme lo sguardo dalla ridda delle loro visioni per guardarsi stupiti l'un l'altro, mentre i corvi risgorgavano fuori dalle vecchie mura per riempire di strida il cielo.

— Avete sentito? — disse uno a bassa voce, e continuando a tendere l'orecchio come facevano gli altri.

— Altro che! Un rombo...

— Cannone?...

Cannone? L'ultima voce della loro vita libera: la voce della speranza. Qualche nave della patria era dunque vicina? Libera dunque di solcare l'Adriatico e sfidare il nemico nei suoi stessi recessi? Nella rapida successione delle idee, l'ansia dei loro volti si tramutava in uno stupore gioioso che inarcava loro le sopracciglia e schiudeva loro le bocche così come i bimbi accolgono una lieta, inaspettata notizia.