Fino allora perfino le due sovrane che, dalla neve perpetua alla perpetua primavera, fra tanta diversità d'intelletto e di facoltà mostrarono tanta somiglianza di passioni, e finirono ad annegare le altre libidini in quella del sangue, Caterina II di Russia e Maria Carolina di Napoli liberaleggiavano, bruciavano incenso alla gaia filosofia del secolo, e stettero a un pelo di entrare in quella setta dei franchi muratori che in quel torno aveva fini alti e nobili di virtù, di fratellanza e di emancipazione.
Fino allora si seguitava a scherzare col fuoco, come ci aveva scherzato Luigi XVI inviando perfino agli antipodi i propri ufficiali a propugnare la ribellione dei sudditi americani contro al proprio re, e imparare i benefizi e le lotte gloriose della libertà. Seguitavano i principi nello zelo delle riforme, pericoloso dacchè non pensavano a riformare sè stessi; generoso solo in apparenza, dacchè il più delle volte non disinteressato e leale. Quelle riforme, come fu bene avvertito dal Balbo e da altri, erano in gran parte egoistiche, liberali solo dell'altrui, perchè consistevano nel prendere e non nel dare, nell'abolire quei privilegi che sminuivano l'onnipotente accentramento regio, mantenendo, se non accrescendo, gli altri.
Dalla convenzione e dal terrore, da Hoche e Bonaparte in poi, non si pensò più ad altro. Salvo la repubblica di San Marino che poteva rimanere, e rimase, indifferente, ben sapendo i cardinali Alberoni non nascere ogni giorno, l'Europa fu tutta divisa in due campi: o colla rivoluzione o contro di essa; e attorno ad essa si consumarono tutto le energie indomite, tutti gli istinti generosi, tutte le passioni selvagge, tutto lo sforzo di vita del secolo morente.
All'imperatore Giuseppe II che, durante il dilatarsi della rivoluzione, guardava da un'altra parte, seguitando a imbastire con Caterina II un audace disegno di smembramento della Turchia, era succeduto Leopoldo, fratello insieme dell'infelice Maria Antonietta e di Maria Carolina, passato a Vienna dalla Toscana, dove aveva fatto scuola immortale di benefico esempio a qualunque principato assoluto, e dove, per le larghe riforme compiute in ogni ramo della pubblica cosa, salvo che trascurò, e fu errore, la milizia stanziale, la sua memoria ancora dura cinta di ammirazione e di gratitudine.
Egli, anche sul trono imperiale, non cambiò natura, tanto che la sorella di Napoli, già fremente contro le nuovità, diceva di lui a scherno che, se non fosse imperatore, sarebbe Barnave.
Ma, perchè la filosofia è una cosa e la politica un'altra, pur destreggiandosi a evitare la guerra che gli riuscì di lasciare solo in eredità a suo figlio, dovette mettersi contro alla fiumana straripante, e strinse colla Prussia il primo nucleo di lega antifrancese col famoso patto di Pilnitz, dove si consumò lo smembramento della Polonia, l'Italia del Nord, e il cui testo alla sua morte, per prova che in lui la sottigliezza politica non aveva smorzato la immedicabile scostumatezza, gran malattia di famiglia (che forse non fu del tutto estranea ai casi di Francia, e in ogni modo ebbe tanta parte nelle traversie di Napoli), fu ritrovato in un cassetto fra rose secche e lettere d'amore.
La lega di Pilnitz, a poco a poco fece valanga; e, vedendo oramai coalizzarsi contro di sè tutte le monarchie, nelle quali alla noncuranza era sottentrato l'odio e lo spavento, la Francia, a cui, come all'antica Roma, era divenuta necessaria la guerra, dovè risolversi a mutarla di difensiva in offensiva e conquistatrice.
E la conquista fu rapida e tremenda; e, come al solito per fato antico, ebbe per primo campo l'Italia, e fu opera di un predestinato italiano.
Tutto ciò che ha fatto il giro del mondo, ha preso le mosse dall'Italia. E oltre che questa era l'agone naturale della lite secolare coll'Austria a cui aveano dato mano i più grandi ingegni che vanti la Francia: Richelieu, Mazzarino, Condé, Turenna, Villars; e le sue coste e le sue isole erano il nido naturale dell'egemonia del Mediterraneo, pegno di una contesa eterna che si perde alla memoria nella notte del passato e si dilegua alla previsione in quella dell'avvenire; oltre che quivi si colpivano, se non al cuore, nelle membra forse più valide e gelose, le potenze rivali che, o per dominio diretto, o per patto di famiglia, o per vincolo di protezione, tenevano soggetti la maggior parte degli stati italiani; oltre che, abbandonato oramai dalla repubblica il disegno di democratizzazione universale possibile solo in un momento d'entusiasmo, ed entrata oramai in lei l'avidità della conquista, non v'era più bella e più grassa preda, onde dagli agenti segreti di Robespierre e dai rappresentanti diplomatici fioccavano le proposte per quella che, con abile eufemismo, chiamavano la liberazione dell'Italia; oltre tuttociò, dico, il fomite più vivo di avversione dei governi e di favore nei popoli era qua. Di qua, da Torino e da Napoli, senza contare il Papa, era partita la prima e più provocante opposizione.
Lo stato della coscienza politica nazionale, le condizioni dei popoli e dei governi italiani durante la rivoluzione, esaminò e ritrasse in una serie di studi dotti e magistrali un vostro valoroso concittadino, Augusto Franchetti. E possono compendiarsi così: che gli uni e gli altri mancavano delle due grandi virtù, sapienza civile e valore soldatesco; erano fiacchi, insufficienti. E nei popoli era un dissidio tra la mente dei pensatori, i cui voti s'ispiravano alla filosofia ardita e dolce del secolo XVIII, e il sentimento delle moltitudini e delle plebi avvilite e inselvatichite dalla lunga oppressione, snervate dalla pace torbida, incallite oramai e rassegnate supinamente al giogo e agli abusi. Sicchè, per concorde testimonianza, i governi della penisola non avevano da temere una rivoluzione spontanea e popolare come in Francia, e la rivoluzione se la portarono in casa essi per l'inettezza dei capi, per la mancanza di un barlume di amor patrio e di unione nazionale, per le loro insidie e cupidigie, per gli sperperi e l'inettitudine dei ministri e dei capitani, pei pessimi ordinamenti militari.