Onde nessuno degli stati italiani osò dichiarar la guerra esso per primo. Lo stesso Piemonte dovè temporeggiare e tergiversare. Venezia, già emula e arbitra dei più potenti e regina dei mari, immemore della passata grandezza, fatta molle e imbelle e maestra all'Europa di perpetuo carnevale, oramai ombra di sè medesima, ondeggiò fra la neutralità armata e la neutralità disarmata, prostrandosi in una politica infelice, di cui doveva raccogliere l'infelice guiderdone a Campoformio. Toscana, Genova, Lucca, Modena, Parma, pure inchinevoli a rimaner neutrali, dovevano, per la loro impotenza, subire gli ordini alteri e minacciosi dell'Inghilterra. E il Papa, più debole di tutti e più di tutti naturalmente ostile all'andazzo francese, era incapace a frenare quegli ammutinamenti di plebe fanatica e sobillata, dove perì Hugon (di cognome e non Ugo di nome) De Basseville, debitore presso noi di celebrità a quel Vincenzo Monti, che si presumè più tardi, con diverso umore e metro, che a quei tempi cambiò più spesso della camicia, di aggiungere fama anche a Napoleone, non accorgendosi e non curando di sminuirla e offuscarla a sè medesimo.

Solo Napoli, entrato oramai con foga nella politica contraria ai suoi interessi, i quali avrebbe potuto invece, approfittando con lealtà degli avvenimenti, migliorare, e alla sua quiete, che avrebbe potuto mantenere non turbata, dichiarò per primo a cuor leggero e spavaldamente la guerra. E contro ai francesi inviò quel famigerato esercito o armento capitanato dall'austriaco Mack, che lo destinava, mi si passi lo scherzo, a tutti gli smacchi, e, spulezzato via da Championnet, dietro al re che, senz'essere Achille, era piè veloce e fuggiva come vento, attrasse la conquista anche nel mezzogiorno.

E coll'entrata di Championnet a Napoli, che il re aveva codardamente abbandonata in faccia alla invasione straniera da lui con temeraria follia provocata, fuggendo di nuovo in furia sui vascelli di Nelson, carichi degli ori, dei gioielli, dei capolavori dei musei, di 73 milioni di ducati munti al suo popolo, si aprì laggiù un'êra delle più incredibili e commoventi vicende, da far sentire, più che forse altre mai, quanto sia erroneo l'andare a cercare emozioni e avventure nei romanzi, quando tutte sono comprese nel romanzo per eccellenza che è la storia.

Tanto vero che Alessandro Dumas nel 1860, venuto a Napoli al seguito di Garibaldi, fece di quella storia, credendo di colorirla, un cattivo romanzo. Ma i nomi di Re Nasone, di Carolina, di Acton, di Lord Hamilton, di Emma Liona, di Nelson, di Speciale, di Guidobaldi, di Fra Diavolo, di Pronio, di Rodio, di Sciarpa, di Mammone, del cardinale Ruffo, del prete Toscani, di Mario Pagano, di Domenico Cirillo, di Manthoné, dell'ammiraglio Caracciolo, del conte di Ruvo, di Eleonora Fonseca-Pimentel, della duchessa San Felice, sono rimasti nella storia, e molti anche nella leggenda popolare, come ricordo di un'epoca straordinariamente avventurosa e sventurata, con un'impronta di grandezza mostruosa o misteriosa nel male e nel bene.

Un'êra che, sebbene consolata anche da esempi di aurea lealtà e di virtù antica, è piena peraltro di tradimenti nefandi, di dolori e supplizi ineffabili, che avranno sedici anni dopo il ferale epilogo giù al Pizzo, nel cuore venale e vipereo di Barbarà e Trentacapilli, nel cuore generoso e ambizioso di Gioachino Murat, rotto, sul fior degli anni, dal piombo borbonico.

Questo, o un altro di quei portentosi generali napoleonici, che cavalcavano superbi e impavidi al fuoco alla testa della vittoria, Michelet chiamò con frase michelangiolesca: Un grand drapeau vivant.

Come si potrebbe invertire la frase per quel re Ferdinando fuggiasco di professione, che scappa sempre, scappa da Roma, scappa e riscapperà da Napoli, sfumerà da per tutto dove fischiano le palle e sventola una fulminata bandiera?

Fosse stato almeno soldato, poichè re di fatto non era lui, ma sua moglie, cui Napoleone, ripetendo un detto di Mirabeau a proposito della sorella Maria Antonietta, chiamò l'unico uomo della corte di Napoli. Invero tra le due figlie di Maria Teresa, come tra i due loro mariti, correvano parecchie somiglianze, e tanto l'imperiosa inframmettenza delle une quanto la debolezza frolla degli altri ebbero non ultima parte nei casi funesti che contristarono i rispettivi regni.

Bensì tra le somiglianze v'erano molte differenze a vantaggio della coppia francese, se non altro quella che dà l'aureola sacra della sventura. E mentre Maria Antonietta scontò le colpe sul patibolo, l'altra, vera e principal causa degli errori e dei pericoli dello Stato, della infelicità della sua casa e del suo popolo, attraverso le fughe fatte a tempo e più caute di quella di Varennes, attraverso gli spergiuri sfrontati e le persecuzioni tiberiane, seppe morir vecchia presso Vienna sopra una poltrona dove la trovarono spenta, colla bocca contorta e gli occhi sbarrati, come se per la prima volta leggessero nel libro del rimorso. E Ferdinando, dal gran dolore che ne provò, poco più di un mese dopo si sposava la principessa di Partanna, che gli aveva consolato l'asilo della Conca d'oro.

Ma la politica di Maria Carolina ebbe a strumenti e suggeritori, complici e indettatori nel tempo stesso, stante la potenza che, per cagioni varie, alcune delle quali non confessabili, esercitarono sull'animo suo, tre personaggi, tutti e tre inglesi, due dei quali in ciò trovarono la loro non invidiabile celebrità, e l'altro appannò la sua, la più fulgida e bella di tutte, perchè eroicamente acquistata a prezzo della vita e in servizio della patria.