v. 48: «fior' e di nobeltate». Cosí L, e, anche per cagione di senso, mi attengo a questo codice.

Canz. II, vv. 34-5. Ho adottata la punteggiatura del Valeriani, perché in tal modo il v. 34 spiega come «sua vista era cangiata» verso di lui.

v. 56: «n'ha dato lei». Cosí ha L, e cosí credo si debba leggere, e non «n'ha dato a me», come posi nella mia antica ediz., tratto in errore dal Valeriani, che aveva rabberciato il passo con un «m'ha dato».

v. 61: «Ché grave 'n lui». Pongo dinanzi a «lui» un «'n», che è in L e che avevo soppresso nella mia precedente edizione.

Canz. III, v. 10. Per questo verso adotto, sebbene non sia nei codici, la buona lezione data dal Nannucci nel suo Manuale.

v. 14: «dolere». Cosí deve certamente leggersi per necessità di rima.

IV PAOLO LANFRANCHI

Un Paolo Lanfranchi da Pistoia, che è certamente il rimatore, perché nessun altro di questo nome apparisce in documenti pistoiesi, fu dal febbraio all'ottobre del 1282 a Bologna; vi era ancora il 21 gennaio del 1283 (v. il mio art. cit. nel Libro e la stampa, p. 144). Di lá, molto probabilmente, visitò insieme con Guiraut Riquier e Folquet de Lunel la corte di Pietro III d'Aragona nel 1283 o nel 1284. Alla corte di quel re, e precisamente fra il 1283 e il 1285, anno in cui morí Pietro III, scrisse il sonetto in provenzale: Valentz segneur. Piú tardi, dalla Spagna fece ritorno in Pistoia, donde fu bandito per violenze private nel 1291 (v. i miei citt. Studi e ricerche, estr. dal Bull. stor. pist., XII, 44). Pare che fosse ancora a Bologna nel 1295 (v. nel Libro e la stampa, nell' Appendice ). Appartenne a una famiglia di mercanti.

Degno di particolare attenzione è il suo sonetto provenzale, perché esso e i due di Dante da Maiano, sono i soli che si abbiano in quella lingua.

Nelle poesie italiane rifugge dagli artifici, e fa versi facili e talvolta anche armoniosi. Nel son. «Un nobel e gentile imaginare» si sente sincero, sebbene crudo, il realismo della poesia popolare. Qualche sonetto è di argomento politico: pare che vi si alluda alla caduta della fortuna di Carlo d'Angiò: cosicché da questi suoi versi sembrerebbe che il Lanfranchi fosse stato di parte ghibellina.