Quanto al tempo, con gli spunti di «dolce stil nuovo» che lascia intravedere[14], deve con molta verisimiglianza riportarsi agli ultimi anni del rimatore[15].
Le osservazioni, che la prima edizione ispirò a una critica acuta e sagace, han giovato non poco alla presente ristampa. Alla quale apportammo anche di nostro tutti quei miglioramenti, che consigliavano i progressi ulteriori degli studi e l'attenta riesamina del testo[16]. Tenendo ben presente il pubblico, al quale ora ci rivolgevamo, fu nostra massima cura di render sempre chiaro, per quanto era possibile, il pensiero di questi rimatori e di dar la esatta corrispondenza moderna di vocaboli ed espressioni antiche. La disposizione del testo è sempre quella; soltanto fu introdotta una leggera trasposizione per le tenzoni, ché parve opportuno, a meglio e piú prontamente intenderle, ravvicinar fra loro i vari sonetti di «proposta» e di «risposta». Naturalmente anche i criteri, con cui fu messo insieme, son rimasti gli stessi: tuttavia la voce dei cdd. diversi da quello, su cui il componimento veniva esemplato, fu piú spesso tenuta presente ed ascoltata.
Di regola, però, quando la lezione del cd. esemplato vada bene per il senso, si adotta, anche se l'accordo degli altri cdd. dov'è alquanto diversa possa invitare a sostituirla. Evidentemente alcune volte, nei cdd. meno antichi, la parola è ammodernata: c. II, 14 «gioia», 18 «dee»; ball. III, 9 «ond'» etc.; talvolta non c'è nessuna ragione perché Bonagiunta, nella condizione speciale in cui si trovava[17], non abbia scritto cosí come il cd. porta: c. I, 6 «cusí», III, 14 «du'»; ball. II, 18 «sprendore», 24 «criatura», 30 «smirato», III, 19 «sono», ecc. Certo, non si esclude che in qualche parte la vera lezione possa nascondersi negli altri cdd., se anche sieno in lieve disaccordo: cfr., ad es., c. III, 13 «sentire, sentore», ecc.
Anche dal punto di vista della metrica, questa edizione si trova avvantaggiata[18]. Dopo lo studio del Parodi, è indubitato il trionfo della rima siciliana di fronte alla cosí detta rima impropria: l'accolgo, quindi, nei casi, in cui egli ebbe giá ad indicarla per i nostri rimatori[19]. Solo nei due son. VIII, 11-14 «inamora: criatora» e XVIII, 10-13 «sono: alcono», la forma con «o» mi sembra preferibile (cd. «criatura» e «alcuno») perché l'«u» in «o» ha l'appoggio di un altro testo lucchese[20]: «alcono» è inoltre forma guittonesca[21] e, per conseguenza, possibilissima in Bonagiunta. Per la stessa ragione, in c. XI «misora» 31 e «vertode» 33[22]. Se non che, fino a che ulteriori studi non ci avran meglio chiariti sulle abitudini metriche degli antichi rimatori, sará prudente ed opportuno non spingersi piú oltre. Ché si corre il rischio di giudicare della metrica del sec. XIII — per necessitá di cose imperfetta — secondo criteri affatto moderni[23].
In altra parte di questo volume sono esposte le norme relative alla grafia adottata[24]. Con tutto ciò qualche incongruenza resta. Minuzie. Senza dubbio! Ma il far diversamente avrebbe richiesto una serie di piccole ricerche, a cui non era qui il caso di sottoporsi. Quello che importa è che niente è stato toccato, che possa in qualche maniera aver relazione col dialetto di questi rimatori o trovi una qualche rispondenza nella realtà fonica toscana.
Poche aggiunte, e d'importanza minima, debbo fare alla bibliografia.
Codici.
a ) Vaticano 4823. Per quanto ci riguarda, non è che tarda copia (sec. XVI ) del Vat. 3793[25]. Contiene: di Bonagiunta c. IV (129 v ), V (129 r ), VI (128 r ), VIII (127 v ), IX (284 r ), X (124 v ); disc. I (125 v ), II (126 v ); son. I (401 r ), XI (342 r ), XII (342 r ) XIII, 2 (400 v ), XIV, 2 (401 r ) — di Fredi c. I (106 v ) — di Dotto Reali son. I (6 r )[26].
b ) Chigiano L. IV, 131: di vario tempo e di varie mani[27]. La maggior parte dei componimenti che contiene deriva dal Pal. 418[28]. Tali sono: di Bonagiunta c. IV (p. 85), V (p. 120), VI (p. 90), IX (p. 102); disc. I (p. 115); ball. I (p. 81), III (p. 15), IV (p. 35). I due son. I (p. 839) e IV (p. 849)[29] invece si trovano in quella sezione, sulla cui provenienza si discute[30]. Essi certo non derivano dalla raccolta di rime antiche pubblicate dal Corbinelli in fine de «La bella mano»; la collazione da me istituita permette di affermare la strettissima relazione di questo testo con quello del Mediceo-Laurenziano pl. XC inf. 37[31]. Sí che l'ignoranza di questo cd. nessun danno produsse alla primitiva costituzione della lezione dei due sonetti.
Stampe.