II. Relativamente alla ricostruzione metrica, ora mi pare che l' Appel abbia ragione (cfr. in contrario I Rimatori lucchesi cit., p. LXVI, n. 2) per quanto riguarda i vv. 43-8, che egli collega alla strofa sg. D'altra parte, non so rinunziare a vedere fra le varie strofe quel cotal legame, su cui cfr. Biadene, Il collegamento delle stanze mediante la rima nella canzone italiana dei secoli XIII e XIV, Firenze, 1885, p. 13: cfr. V. 15 «Davante», v. 22 «falla», v. 34 «languisco». Certo, nella quarta strofa, che comincia appunto al v. 43, questo legame manca. Io ho l'impressione che ciò provenga da un trascorso del rimatore. Manca ancora, è vero, nell'ultima strofa: v. 61 sgg. Se non che, essa ne sará priva perché considerata stante a sè, come una specie di commiato.

II, 42. «che». È un «che» ripetuto, come si ritrova in antico italiano e anche in provenzale: Nannucci, Analisi critica dei verbi italiani, Firenze, 1843, p. 91, n. 6.

II, 46-8. «(e intanto) sto nascosto piú di quello che non stesse Adamo, quand'ebbe mangiato il frutto proibito».

II, 53-3. Sottintendi «a».

BALLATE

I, 17. Sia permesso riferir qui le due strofe, che nel cd. Pal. 418 seguono a questo verso e che ritenemmo interpolate (cfr. anche Wiese, Archiv cit., CXVII, 220): cfr. I Rimatori lucchesi cit., pp. 117-8.

a
) Radice è di viltade
b
) Nessuno è più ingannato

c'a tucti ben dispiace
ke de la sua persona:

lodare on sua bontade;
ké tal si tien biasmato

e prodeza ki face,
ke Dio li dá corona,