Il tramonto dell'imperatore fu la conseguenza della lega tra le potenze legittime, che odiavano il borghese portato su dalla Rivoluzione, e i popoli, che dalla caduta del despota si ripromettevano la libertà. Ma in questa guerra la forza motrice fu l'elemento popolare. Il vanto della vittoria appartiene a quegli uomini, che secondo il consiglio di Stein combatterono la Rivoluzione con le sue stesse armi, cioè scatenarono l'istinto di libertà di tutte le energie economiche e morali dei popoli. Subito dopo la vittoria, riprese il sopravvento quella grettezza di spirito, la quale con Gentz badava sopra tutto a che la guerra di liberazione non diventasse guerra di libertà. Ogni difesa deve tacere davanti all'odio enorme, che spinse milioni di uomini sotto le bandiere contro l'imperatore. L'italiano lo chiama «d'ogni Dio sprezzatore»; e chi annovera le mille e mille maledizioni dei migliori tedeschi contro il dilapidatore della fortuna dei popoli, il castigo di Dio dei tempi moderni? Cotesto stato d'animo dei popoli rimase immutato quando Napoleone tornò dall'Elba ed era già salutato come liberatore da una parte dei francesi. Certo, la proscrizione dell'imperatore, decretata nel congresso di Vienna, cotesta decisione cannibalesca, come la chiamano i napoleonidi, era una stridente offesa al diritto delle genti; ma chi la ideò era tutt'altro che un perverso; fu Stein, né vi fu un solo tra i nostri patrioti, che ne prendesse scandalo. Durante la guerra del 1815 l'astio legittimista contro il giacobinismo militare era generalmente considerato come l'idea direttiva delle corti, anche più che non fosse due anni innanzi; ciò non ostante, anche quella campagna fu combattuta dai soldati prussiani con l'entusiasmo ardente di una guerra di popolo.
Quanto ai benefizi, che Napoleone diceva a Sant'Elena di avere avuto in mente a pro dei popoli ingrati, parole che suo nipote oggi pateticamente ripete, per noi tedeschi ogni discussione seria è chiusa. A Versailles fa bella mostra un quadro: «l'imperatore beneficante la Prussia orientale». V'incontriamo i nostri compatrioti della vecchia Prussia in figure sommamente sospette. Un popolo boreale di barbari in pesanti pellicce, con tanto di barbe, il cui tipo etnologico è dubbio, ma è indubbia la prossimità del polo. Tra la folla di cotesta race inférìeure si avanza con maestoso passo da palcoscenico, e con un cenno altamente tragico del braccio, l'imperatore, e dietro a lui il seguito riccamente e ornamentalmente incivilito. Un gentiluomo della Prussia occidentale, che si era fermato con me davanti al faceto dipinto, disse ridendo: «Bisognerebbe condurre i bonapartisti davanti a questo quadro. Allori forse capirebbero il perché i nostri padri erano abbastanza rozzi per ricambiare i benefizi dei neolatini col calcio dei loro fucili». Vediamo con tristezza, che un uomo della levatura di Napoleone III si compiace di un'estimazione così grossolana ed esteriore della grandezza storica, e colloca giù, molto al disotto dello zio, un Cromwell, un Federico. Certo, il genio di Federico ha conquistato al proprio regno non più che due provincie, e la sua attività pacifica fu circoscritta nel breve àmbito di una grande potenza in formazione. Eppure, sui pilastri piantati da Federico le generazioni successive hanno eretto pietra sopra pietra; e l'edifizio, che egli iniziò, un giorno garantirà con le sue solide torri l'intera Germania. L'opera di Napoleone si sfasciò fragorosamente sotto le mani del costruttore, non certo per tradimento o capriccio della fortuna; andò in malora per la sua stessa irragionevolezza, come un peccato originale contro lo spirito della storia. Il dominatore salì rapido sul firmamento delle costellazioni politiche, come un pianeta che col vivo splendore oscura intorno le stelle; ma solo per poche notti, poi il mite lume degli astri che seguono in pace la propria via riprese il suo diritto.
Napoleone dissipò le sue migliori energie in intraprese impossibili. È così: noi con stupore verifichiamo, che la sua grande politica ubbidiva soltanto all'impressione del momento, alla passione, all'impulso sempre e d'un colpo rinascente del genio. Volentieri si vantava: «il mio padrone non ha cuore: questo padrone è la natura delle cose». No: cotesto padrone era l'arbitrio. Noi cerchiamo invano nella sua azione un disegno determinato, mantenuto rigidamente attraverso tutti i casi e le vicende, come, per esempio, l'idea dell'ellenizzazione dell'oriente, che fin dal principio splendé promettitrice nell'animo di Alessandro, o come il pensiero di uno stato tedesco autonomo del settentrione, al quale Federico consacrò la vita. Egli inizia il proprio dominio col sentimento intimo di una prodigiosa potenzialità, e, come davanti a lui s'inabissano pietosamente i governi marci degli antichi stati, corre avanti senza posa di trionfo in trionfo, meditando disegni sempre nuovi e sempre smisurati. Nella sua anima lavora l'elaterio al meraviglioso, all'inaudito, all'immenso. Presto, più presto che non si dica comunemente, già fin dai giorni del Consolato, nella sua mente è fisso il pensiero di essere chiamato a dominare il mondo. Nessun successo, per quanto splendido, basta alla folle ambizione. «I popoli oggi sono illuminati, non c'è più nulla di grande da fare», disse malinconicamente il giorno dell'incoronazione. «Alessandro poté chiamarsi figlio di Giove Ammone, e tutto l'Oriente gli credé: qualunque pescivendola mi riderebbe sul viso, se volessi spacciarmi per figlio del Padre Eterno!». Un mortale di rado è con tanta energia vissuto dell'idea, che il vivere sulla bocca dei posteri sia la meta più alta dell'azione su questa terra; e appunto questa idea, che fu il supremo principio morale del mondo antico, designa anch'essa l'imperatore come figlio genuino dell'antico popolo italiano. Non mai un uomo fu con tanta sicurezza compenetrato interamente della coscienza della grandezza del proprio tempo. «Io non voglio vedere questa nuvolaglia di nani, perché le parti collaterali agli avvenimenti del presente bisogna cercarle nella storia e non già nelle gazzette dell'ultimo secolo. Ora è venuto il tempo di grandi mutamenti»: così scrisse allo czar nel 1808, dopo l'Egitto e Marengo, dopo Austerlitz e Jena.
Il suo spirito ricorda la natura dei tropici. Come questa con inesausta potenza produttiva matura ogni giorno alla luce nuove e meravigliose forme gigantesche per poi annientarle d'un colpo sotto mostruosi uragani e terremoti, così egli, potente nel creare, era più terribile ancora nella distruzione di quanto aveva allora creato. «Tutti quanti devono stare sull'attenti, al loro posto; solo io so ciò che devo fare», scrisse una volta. E senza dubbio possedé in sommo grado il dono di elaborare indefessamente un'idea fino alla fine, la tenacità e la perseveranza, che inculcava ai suoi ministri continuamente, come le prime virtù dell'uomo di stato. Seppe mirare al suo scopo, secondo i singoli casi, con freddo calcolo, con astuzia impenetrabile o, se era necessario, con la pazienza dell'agguato, senza farsi mai da circostanze accessorie sviare dal nocciolo della questione. Poteva, per quanto la fantasia gli errasse in distanze incommensurabili, vivere pure con la precisione di un povero computista per la pratica del momento, come se non ci fosse mai un domani. Ciò non ostante, nessuno è autorizzato a dire a vanto di Napoleone, che l'opera della sua vita sia stata sistematica. Piuttosto, come il suo sistema era intimamente tanto pesante e oppressivo, perché di continuo le eccezioni turbavano la regola, così la sua politica estera riusciva intollerabile al mondo principalmente per ciò, che ogni sorgere di sole poteva portare il rovesciamento dell'ordine costituito. Cotesto angoscioso sospetto dell'imprevedibile condusse nell'ora più critica la Porta a conchiudere con la Russia la fatale pace di Bucarest; perché chi garantiva, che il sultano della Francia non sarebbe per allungare il suo braccio anche sul Bosforo? Quale lunga filza di stati efimeri, tutti cotesti regni di Berg, di Etruria, di Westfalia, prima messi su, e poi subito soffiati, o rimaneggiati nei confini! Tutta quanta la sua politica non è che una vicissitudine, come la sabbia sulle dune. L'imperatore lusinga contemporaneamente le corone di Prussia e di Svezia con la Pomerania, quelle d'Inghilterra e di Prussia con lo Hannover. Oggi pensa di mediatizzare il Nassau, domani offre a quella Casa la presidenza della dieta dei principi della Confederazione del Reno. Nel 1805 dichiara solennemente, che l'impero non estenderà oltre le sue frontiere; e la parola è appena pronunziata, che Genova viene annessa. Nello stesso anno promette, che per l'avvenire la corona d'Italia rimarrebbe separata da quella di Francia; due anni dopo rimangia la promessa. A Tilsit scrive allo czar, e allora senza dubbio con tutta serietà, che il suo dominio diretto non avrebbe mai oltrepassato l'Elba: tre anni dopo l'annessione di Amburgo «è offerta dalle circostanze». Dopo abbassati i re legittimi, spoglia i propri fratelli. Le discolpe di una tale sregolata cupidigia di regni suonano sempre impudenti, grossolane, frivole: l'Olanda è un'alluvione dei fiumi francesi, l'Italia è il fianco, la Spagna l'appendice della Francia. Ogni vittoria innalza cotesta bollente fantasia a più arditi voli, inebbria l'insaziabile con sogni sempre più bramosi. Durante l'insurrezione di Spagna, se la cavò così: «io posso trovare in Ispagna le colonne d'Ercole, non già i limiti della mia potenza»; e quando l'intera penisola era irta di armi, un divampo terribile dello spirito nazionale minacciava di annientare i francesi, e perciò tutte le ragioni immaginabili della politica e della strategia consigliavano all'imperatore di rovesciare le sue forze riunite sulla Spagna, proprio allora l'irrequieto principiò le beghe con la Russia. E non appena accenna in Russia al primo successo, egli già medita di trasportare sul Volga la propria base di operazione, e d'un balzo prodigioso precipitarsi sull'India inglese. Quando infine, come un povero fuggitivo, prese fondo a Fréjus, egli disse al fido Augereau: «l'Asia ha bisogno di un uomo!».
Anche nelle imprese di grandezza degna di un vero uomo di stato, è sorpreso da disegni fantastici, oppure guasta egli stesso l'idea geniale con la veemenza della sua passione. La spedizione di Egitto fu indiscutibilmente ispirata da un'idea degna del più grande uomo di stato, fu schiettamente francese, conforme allo spirito dei tempi più felici della politica borbonica. Eppure, durante la stessa traversata si arrischia alla presa di Malta, una conquista a vantaggio dell'Inghilterra, e non appena le schiere dei Mammalucchi vanno dispersi davanti ai suoi battaglioni, il vincitore ritorna alle sue mappe con gli occhi ardenti, e già cova il disegno di rinnovare l'impero romano di oriente. Un istinto infallibile lo spinge a fermare la pace con Roma; ma a furia di burbanza e di durezza caccia invece la Curia nelle braccia dei suoi nemici. Il trattato di Tilsit, opera di sottilissima conoscenza degli uomini e di lucido calcolo, genera sull'istante propositi fantastici: l'imperatore pensa di conquistare insieme con lo czar Costantinopoli e spingersi avanti in Asia: sproposito colossale, che non sarebbe dovuto venir mai in mente a un sovrano francese! Parimente, la guerra doganale all'Inghilterra è fondata sopra una potente idea economica, e noi ci spieghiamo il perché i protezionisti convinti esaltano il duca di Gaeta come il List francese. Ma subito, l'odio contro l'Inghilterra spinge oltre ogni misura l'imperatore, fino all'annessione dell'Olanda, fino a uno strozzamento del commercio che significa disprezzo delle leggi economiche del mondo moderno; e il suo arbitrio dispotico manda l'opera a rotoli. Egli chiude le barriere della Francia alle industrie degli stati vassalli, mentre questi avrebbero dovuto accettare l'importazione francese: incongruenza, per cui evidentemente la grande politica commerciale europea è spacciata. La sovrana e fredda chiarezza nell'esecuzione del fatto particolare viene in tal modo soffocata da una passione tanto precipitosa, dall'orgia dei disegni cangianti. La sua audacia e il suo orgoglio o, come egli stesso si esprime, la sua magnanimità, gli comanda di respingere tutte le proposte vantaggiose di pace. Perfino sul campo di Lipsia sbraciava che avrebbe arso Monaco e serbato l'impero, che tra le buone città annoverava Amsterdam, Roma e Amburgo.
III.
Principiamo a dubitare se a cotesto genio, che non conobbe misura in nulla, spetti un posto tra le vere grandezze storiche; e i nostri dubbi crescono, quando il volto dell'eroe lo penetriamo più acutamente negli occhi. La povertà del linguaggio, già da un pezzo avvertita dolorosamente dai più profondi spiriti, soccorre poco o nulla al disegno dei ritratti morali. Nelle nature moderne si mescolano contraddittoriamente mille tratti sottili, e il nostro occhio, che da tempo si è assuefatto a seguire con sensibilità raffinata coteste delicate sfumature del colore delle anime, cerca indarno le parole rispondenti alla profondità nostalgica dell'osservazione psicologica. Non suona risibile il dire, che il più grande uomo del secolo, in fondo, era senz'anima? Eppure cotesto assurdo bisogna esprimerlo. Quell'elevato intelletto, la cui potenza e penetrazione e sicurezza sopravanzavano di tanto la misura dell'umano, non ha mai condotto lo sguardo nell'intimità misteriosa dell'esistenza, non ha mai sospettato, che l'essenza dell'uomo sia ben altro che una macchina ben ordinata, che un popolo anche sotto una rigida amministrazione e con finanze irreprensibili e soldati agguerriti possa sentirsi infelice fino alla disperazione. Tutto ciò che è più nobilmente personale nella vita degli uomini e dei popoli, il mondo dell'ideale, gli rimase incomprensibile. Il vasto mondo discerneva le ragioni della sua caduta, egli solo non le capiva; perché, come mai il senza patria avrebbe capito, che ai popoli anche l'inciviltà patria è più cara della civiltà straniera? Ponderiamo bene questo fatto, e ravviseremo la terribile verità nel folle detto di Blücher: «lasciatelo fare, egli in fondo è un minchione».
La fertilità della fantasia del côrso sopravanza i più temerari sogni poetici. I suoi piani di guerra sono giganteschi. Quale disegno, quello che meditò nel campo di Boulogne! La sua flotta doveva attirare nelle Indie quella inglese, poi ritornare, sterminarla nella Manica e aprire la traversata all'imperatore! e, subito dopo, la corsa gloriosa dalla Manica al Danubio! Eppure quest'uomo, non ostante la sua fantasia inesauribile, non è che una natura prosaica. Dell'orgia di cose belle, in cui ha lussuriato il secolo decimottavo, assai di rado ne è filtrato un raggio in quel cuore: appena per poco lo hanno occupato i dolori di Werther o Ossian. Nella lunga serie delle lettere si cerca invano un luogo, che palesi un diletto disinteressato, umano, dell'arte e della scienza. Affermi pure egli stesso di tanto in tanto, che qualche amico leale della verità c'è, ed è da cercarsi forse proprio tra gl'ipocriti, ai quali si dà il nome di persone colte: nulladimeno, non crede alla nobiltà dell'anima umana. Tutti i pensieri ideali sono per lui «romanzi», abbastanza opportuni pei proclami e i discorsi a stampa. Perciò in lui, come in tutte le nature scettiche, non esiste sviluppo: il suo procedere nella lotta della vita è duro e feroce, e in sostanza non corre differenza alcuna tra l'alunno del collegio militare e l'imperatore. Si ascolti ciò che diceva dei francesi il giovinotto di ventitré anni: «sono un popolo invecchiato, senza connessione intima; ognuno pensa solo a sé; vivere alla propria famiglia con 5000 lire di rendita, ecco la suprema saggezza». Si legga ciò che della condotta sempre più dispotica del giovine eroe racconta Lemercier, commensale quotidiano di Giuseppina alla Malmaison, e si raffronti coi discorsi sprezzanti del dominatore del mondo sulla «canaglia». Quale desolante uniformità in cotesta personalità così grande!
Quale incanto, all'opposto, seguire le aspre lotte spirituali che educarono all'eroismo il pio padre di famiglia Cromwell, la dolce e bella anima di Federico! Il giudizio degli uomini si è formato sull'uno e l'altro incomparabilmente più favorevole, da quanto abbiamo volto l'occhio alla loro vita intima nella raccolta di Carlyle e dell'accademia di Berlino. Dalle lettere noi riceviamo di Napoleone un'impressione ben diversa: è decisamente bassa la natura che ci viene incontro. È impossibile non ammirare quest'uomo immenso, ma è anche più impossibile amarlo. Alcuni momenti poté sembrare irresistibilmente amabile, quando tirava un pocolino il lobo dell'orecchio a un granatiere: le maniere avvincenti dell'uomo demoniaco hanno incantato anche un Goethe. Egli può ciarlare e fantasticare in quelle ore di obblio di sé, che non mancano nella vita di nessun uomo: ciò non ostante, il suo cuore rimane diaccio, chiuso a ogni tenerezza. Nelle lettere brevi e brusche a Giuseppina, che egli amava alla sua maniera, la povertà e l'aridità dell'animo ci ribellano. Quando vuol separarsi dalla moglie, incarica il figlio, il principe Eugenio, di condurre le trattative con la madre e di sostenere la separazione davanti ai poteri costituiti dello stato. Si è mai più empiamente giocato coi sentimenti sacri? Egli non conobbe mai vera amicizia, e tanto meno quella tendenza poetica a crearsi un'immagine ideale del proprio ambiente intimo, la quale riserbava al gran Federico tanto tormento e tanta felicità. Nelle sue parole e nelle sue azioni si riesce difficilmente a scoprire anche un sol tratto, che possa dirsi semplicemente nobile. Quelli che all'occhio superficiale sembrano tali, sono invece patetici colpi di scena, poggiati con astuto calcolo sulla stupida credulità della folla. Fin dal principio germinava in quell'anima un istinto brutale, violento. Amava il terrore, sparso alla maniera giacobina. «Il mondo deve sapere di che cosa siamo capaci», esclamò dopo l'esecuzione del duca d'Enghien. Per lui era un gusto raggiungere i suoi scopi con durezza e crudeltà inutili, a principiare da quel piccolo 18 brumaio, che gli procurò, allora giovine ufficiale, la carica di comandante della guardia nazionale, fino al grande 18 brumaio e a tutte le innumerevoli barbarie durante l'impero. Cotesto modo violento bisogna anzi riconoscerlo in lui anche nella condotta della guerra: egli riordinò, non smise punto il brutale procedimento di guerra dei giacobini. Non era affatto propenso a risparmiare i propri mezzi; riportava le sue vittorie col peso delle masse schiaccianti, con crudele indifferenza pei caduti. Non esiste in lui nemmeno il sentore di quella elevatezza, che rischiara come un'aureola il capo dei veri imperatori; tanto meno quel garbo fine che viene dal cuore. Era una natura volgare, che si abbandonò senza vergogna e senza gusto agl'istinti della libidine e dei perversi capricci. Stando alle descrizioni del sassone Odeleben, quale odioso feroce spettacolo offriva il suo quartier generale nel 1813! L'imperatore che medita cupamente presso il fuoco di guardia, minaccioso e imperioso in ogni tratto; intorno a lui in ampio cerchio, con bisbigli timidi, il seguito; e di botto scoppia un precipitoso à cheval! Movimento nella truppa stupidita: un incrocio di quelle grasse parolacce, di cui l'esempio imperiale aveva fatto il pascolo comune, corre su tutte le bocche, da quella del maresciallo a quella dello stalliere; e il drappello balza via selvaggiamente, a precipizio. Sono inesauribili le sue invettive contro il gaillard e archifou, il re di Svezia, contro la vieille bête, il re di Sassonia, e via dicendo. Lanciava oscenità plebee perfino sul viso delle dame che non poteva soffrire. Anche Federico II ha perseguitato i suoi avversari con crudeli epigrammi; ma, come accade alle nature spiritose, nei suoi motti arguti e spietati provava una soddisfazione estetica ignota a Napoleone. L'odio inestinguibile che schierò contro Napoleone uomo le più nobili donne tedesche, Luisa di Prussia, Amalia di Weimar, Carolina di Baviera, dispensa dall'insistere oltre.
Chi vuole scusare le grossolane contumelie dell'imperatore con la sua veemenza passionale, consideri con quanto poca dignità sopportò il cambiamento del destino. Egli conosceva l'arte rara di vuotare il calice della fortuna fino alla feccia, di seguire ogni vittoria fino all'ultima presa del successo. Solo una volta, nell'ora del trionfo, l'umana debolezza sfiorò anche cotesti nervi di acciaio: alla Moscowa gli venne meno la risoluzione d'inseguire il nemico battuto. Ma se sapeva profittare del favore della fortuna, non la concepiva pesante a portare. Quando il mondo era ai suoi piedi, non sdegnò la goffa millanteria né il gusto del male altrui, che son propri dell'avventuriere comune. Egli era in carattere, quando raccontava ridendo ai capi scoronati dell'antico regime: «al tempo che ero un semplice luogotenente di artiglieria…», oppure quando invitava il principe Guglielmo di Prussia alla caccia alla lepre il giorno dell'anniversario di Jena. Se nelle udienze dava le spalle ai principotti della confederazione renana con un assai spicciativo ancienne connaissance, o se lanciava al re di Baviera il suo tonante il faut, il faut! certamente egli dava ai servi solo ciò che loro spettava: ma un siffatto contegno non annunzia alti sensi. Alle formalità dell'etichetta l'uomo geniale badava grettamente, come un lacché insignorito: non seppe perdonare mai al re di Prussia di essersi presentato a Tilsit in tschacko e con un paio di baffetti sul labbro. E bisogna convenire che anche meschina e volgare fu la sua politica di famiglia, la sollecitudine pei più indegni dei suoi parenti, che non proveniva da amor fraterno né giovava ai suoi disegni di signoria mondiale. Anche più significativo è il suo comportamento nella sfortuna. È nota la scena di Dresda, quando Federico Augusto di Sassonia aspettava in anticamera l'imperatore ritornato improvvisamente dalla Russia. Per causa di quell'uomo, centomila uomini giacevano sepolti sotto la neve, e mai il destino aveva parlato così spaventosamente. Ma egli entrò nella stanza canterellando una canzonetta parigina: il satrapo doveva intendere, che l'animo del re dei re non era intaccato. A Smorgoni, a Lipsia, alla Belle-Alliance, tre volte era fuggito abbandonando, tutt'altro che cavallerescamente, l'esercito. Federico II era deciso a non sopravvivere alla rovina dello stato; eppure chi avrebbe giudicato vergognoso, che un paese di cinque milioni di anime soccombesse all'intera Europa collegata? Napoleone dettò la legge al mondo, e quando l'impero gli andò in pezzi, non ebbe l'animo di espiare con una nobile morte la sua colpa enorme. È ridicolo scusare una tale pusillanimità coi luoghi comuni della religione cristiana. In verità, non furono punto i pensieri religiosi quelli che trattennero l'imperatore dall'estrema risoluzione eroica. Chi ha tenuto fermo il piede sulla nuca a mezzo mondo, non dev'essere misurato col regolo dei teologi. E poi, quale indegno spettacolo, cotesta vita del prigioniero di Sant'Elena! Piglia coi custodi atteggiamenti pietosi per farsi credere un martire in Europa, e davanti ai compagni mentisce come mai nessun uomo ha mentito.