Le guerre di Napoleone, del pari che le spedizioni dei Cesari, non erano guerre puramente di conquista. Difficilmente capita ai tedeschi di parlare con imparzialità di questa parte della storia francese; giacché non sanno dimenticare, che la Francia arrivò all'altezza dell'egemonia del continente appunto camminando sul dorso della nostra patria. Ma un giudizio sereno converrà, che in fondo i nostri vicini non erano mossi esclusivamente dagl'ignobili motivi della pretensiosa cupidigia d'impero. Per questa nazione il far propaganda è un bisogno. Essa vuole avocare a sé e accentrare tutte le idee dell'Europa, e pensa che il mondo si creda in debito di accettare da lei con gratitudine tutti i pensieri, tutti i capricci che le balenano nella mente, «Se la Francia è contenta, tutto il mondo è tranquillo»: con queste parole Napoleone III nel suo famoso discorso della pace a Bordeaux toccò un tasto, il cui suono non ripugna a nessun orecchio francese. E mai quest'orgoglio, questo istinto di propaganda ingrossò così potentemente come allora, quando la Francia la fece finita col feudalismo più che qualsiasi altro popolo, e, conformemente al carattere schematico, antistorico della sua cultura moderna, si sentì chiamata a spandere sul mondo i benefizi della civiltà. La vanità dei francesi attribuì la caduta violenta del vecchio mondo non già alla circostanza, che presso di loro l'antico sistema era più fracido che non fosse mai stato altrove, ma alla forza geniale e all'ardimento dello esprit gaulois. È noto, quale strumento incomparabile la propaganda rivoluzionaria abbia trovato in Napoleone, e con quale abilità magistrale egli abbia stimolato all'estero l'opera della Rivoluzione, spinta con lo stesso vigore con cui l'aveva riconosciuta in patria. Nella politica estera come nell'interna deve una parte della propria grandezza alla nullità e cecità dei suoi avversari. Egli, capo di un assolutismo moderno riorganato, combatteva, infervorato della sua propria grandezza e con la forza del genio, contro nemici, che seguivano una politica di gabinetto non meno egoistica della sua, ma codarda e discorde, senza l'entusiasmo dell'eroe, senza genio, e aggravata da tutte le iatture dell'antica ingiustizia feudale.
Così egli è stato effettivamente, come lo dichiarano tutti i francesi e lo stesso Proudhon, la spada della moderna idea, meno per quello che ha creato, che per quello che ha distrutto. Un mondo di simulacri di stati, sparpagliati, abbandonati dalla fede, dall'amore dei popoli, circondava le frontiere della Francia e rovinò sotto il rigido artiglio del conquistatore: l'Europa per guarire aveva bisogno del despota. Forse questa missione di Napoleone come precursore dei nuovi tempi si manifesta nel modo più magnifico nel paese, dove tutta immutabile la tradizione gli si rovesciò contro immediatamente: nella Spagna. Qui il domatore della rivoluzione dové dire in verità: «io sono la Rivoluzione, io!». Dove il suo braccio arriva, nascono le nuove constitutions régulières, come egli con espressione caratteristica scrive una volta a suo fratello Gerolamo. Egli riconosce gli organismi statali solamente dove gli ultimi rottami del feudalismo sono caduti. È stata un'età portentosa quella che sulle sue spalle alzò l'eroe; e se l'immagine dell'imperatore nella sua situazione storica si mostra pure così demoniaca, anche in questo è però la ragione, per cui l'istinto infallibile della posterità, che i panegirici non ingannano, gli ha rifiutato il nome di Grande. La giustizia della storia garantisce cotesto onore solo a quegli eroi, che con la loro grandezza personale sollevano in alto un'epoca meschina, un popolo rozzo; non lo accorda ai fortunati, che furono portati essi medesimi da un'epoca opulenta.
Gli alleati del conquistatore livellatore sono gl'impulsi ideali del secolo ampiamente diffusi. Nelle grandi classi popolari, come, per esempio, nella folla della media cultura e nella burocrazia, la quale coscientemente o incoscientemente accede dovunque allo spirito del bonapartismo, il desiderio dell'eguaglianza costituisce la più potente di tutte le tendenze politiche. Il dominio napoleonico, avendo reso instabili le frontiere di tutte le nazioni e dati all'onda tutti i rapporti politici, ha esteso assai lontano di là dalla Francia la credenza fatale, predominante ormai nella cultura media degli uomini di oggi, che noi viviamo in una età affatto nuova, in completa rottura con la storia. Nei discorsi dell'imperatore risuona assai spesso l'eco di una superba gioia pel tramonto dei poteri legittimi. Egli raccoglie con cura le lettere sottomesse, che gl'inviano gli ansiosi principi di Europa, e si pasce dello spettacolo delle maestà striscianti nella polvere. Quando, contro l'antichissima norma prudenziale dei conquistatori, copre d'ingiurie i principi e i ministri delle corti straniere, allora non parla in lui solamente l'uomo passionato, il soldato rude, ma anche il plebeo. Dalla più parte dei gabinetti non era riguardato altrimenti che come il rivoluzionario sul trono. Persino uno Stadion ha nutrito per lui l'odio del patriota e del gentiluomo. Lo czar Alessandro, al quale proprio Stein aveva inculcato l'alto sentimento della lotta per la libertà, ricadde già durante la guerra nelle antiche idee di corte e salutò Gentz come il cavaliere del legittimismo, che con la più fiera ostinatezza aveva combattuto l'idra della rivoluzione. Le colpe delle potenze legittime dopo la caduta di Napoleone ebbero sul continente lo stesso effetto, che ebbe in Francia la cecità dei Borboni. Ai popoli Napoleone parve di nuovo un eroe della libertà.
Per altro bisogna dire, che la politica estera di Napoleone rispose alle potenti passioni e tradizioni dei francesi e spianò la via ai nuovi tempi. Ma anche qui si scopre la situazione bifronte, non facilmente discernibile, del bonapartismo, il quale di rado dice una bugia che non contenga un granello di verità, e anche più di rado una verità non commista a una forte lega di bugia. Chi guarda più addentro, scopre subito tratti caratteristici non francesi nella politica europea dell'imperatore, e si accorge che questa s'impigliò con folle accecamento tra le razze del carro del secolo trascorrente per la sua via naturale. Per gl'imparziali quest'ultima rimane l'impressione prevalente.
Sul trono di Francia Napoleone era uno straniero. Tutti i palliamenti e i travisamenti degli storici compiacenti non tolgono via il fatto, che la madre di Bonaparte gliene voleva, che a Pontenuovo la libertà della Corsica fosse soccombuta alle armi francesi. Chi vede per la prima volta uno di quei rilievi che rappresentano l'imperatore in costume romano, ha bisogno di alquanto discernimento per accorgersi, che lì effettivamente non sia affatto configurato un romano. Si considerino i lineamenti classici di cotesta testa di Augusto, quanto poco ha di comune coi piccoli crani celti; si consideri soprattutto lo sguardo fermo di cotesto occhio potente, in cui non è proprio nulla di quel lume instabile che tremola negli occhi dei francesi. L'imperatore non ha posseduto né apprezzato lo esprit della bella Francia; la forza e la profondità della sua passione sono schiettamente italiane; tutto quanto il suo essere e il suo sentire sembra ai francesi troppo entier, d'un pezzo. Orgogliosi, molti italiani salutarono il compatriota come un imperatore romano, che le legioni galliche avevano levato sugli scudi. Molti patrioti côrsi dell'antica scuola videro nel domatore della Francia il vendicatore dell'isola natia. Egli stesso in altri tempi e per quel tanto tempo che era capace di serbarsi a un solo amore, aveva scritto lettere ardenti a Pasquale Paoli ed elaborato una costituzione della Corsica con folli disegni per liberare la patria dai francesi, i quali, «sputati» sulle sue sponde, vi avevano distrutto insieme con la libertà la semplicità dei costumi. Ma come si destò in lui la coscienza della sua forza, si rise della patria e delle sue piccole bisogne. Il côrso fu un eroe della Francia solamente perché la Rivoluzione apriva un libero campo di azione alla sua potenza prodigiosa. In altre circostanze egli si sarebbe servito indifferentemente di qualunque altro paese come sgabello della propria grandezza; tanto è vero, che durante gli anni dell'ambizione ancora insoddisfatta vagheggiava l'idea di mettersi al servizio della Russia o della Turchia. Ma la corona della suprema gloria di sovrano è dovuta soltanto agli eroi nazionali, nella cui immagine un intero popolo celebra e ritrova magnificamente la propria esistenza. Tra quelli sarebbe stato da annoverare Napoleone, se avesse dominato il mondo con forze italiane; perché in lui s'incarnò un antico sogno dell'anelante aspirazione dell'Italia: il «Principe» di Machiavelli. Come imperatore dei francesi egli non è altro, che il più grande dei venturieri senza patria della storia. I francesi hanno acclamato le sue vittorie e lo hanno adorato come un dio; eppure egli non incontrò mai quella simpatia profondamente cordiale, che in altri tempi salutava ogni facezia e ogni galanteria, ogni atto di mala creanza e ogni atto magnanimo di Enrico IV. Né sui sentimenti intimi dell'imperatore deve illuderci l'assicurazione patetica, che a Sant'Elena ebbe sulla bocca: «io ho molto amato il popolo francese». S'intende bene, che abbia apprezzato l'ardente ambizione guerresca della nazione come un prezioso strumento dei propri disegni; ma ne giudicò le magagne con la fredda penetrazione di uno straniero, e la sua politica europea venne presto a provare, che un senza patria governava la Francia.
Già da secoli gl'interessi e le tradizioni del paese assegnavano limiti ben determinati alla politica avida, smaniosa di conquiste, della corona. Ma in verità l'ambizione cesarea di Luigi XIV non mirava al completo dominio mondiale. Con la conquista, egli si proponeva di mutare il proprio reame in una fortezza inespugnabile, signoreggiare con una dinastia da lui dipendente la Spagna, in modo che non vi fossero più Pirenei, sostituire in Italia all'influenza dell'Austria e della Spagna la propria, e fare del Mediterraneo un lago francese. Se in tal modo i popoli della razza latina si fossero raccolti sotto l'egemonia francese, noialtri saremmo stati tenuti in iscacco dalla forza riunita delle nazioni latine, i piccoli stati tedeschi subordinati alla benevola protezione della corona francese, spezzato il dominio marittimo dell'Inghilterra. Questi disegni hanno sostanzialmente fissata la politica francese nella storia moderna, e sono in ogni tempo riapparsi, sostenuti dal plauso della nazione. Essi minacciano nel modo più grave la libertà del mondo, perché lo scopo a cui tendono non è irraggiungibile, se i popoli germanici non si tengono di continuo sull'attenti. Con ciò la Francia non sarebbe la dominatrice immediata del continente, ma la «corte esorbitante», la potenza preponderante sulla terraferma. Molti atti della politica napoleonica e, il che è abbastanza significativo, i più popolari in Francia, si sono mostrati fedeli a coteste vecchie tradizioni: tale l'ostinata lotta per la così detta libertà dei mari, tale la vendita della Luigiana al Nord-America, un colpo da maestro dell'imperatore, tale anche la costituzione della confederazione renana. Nella sua celebre lettera al principe primate Dalberg dell'11 settembre 1806, Napoleone definisce l'accettazione della dignità di patronato sulla confederazione del Reno un atto di politica conservatrice, il riconoscimento giuridico di una situazione di fatto esistente da secoli. Noi tedeschi non possiamo leggere senza amarezza questa mezza verità, schiettamente bonapartistica. È impossibile, purtroppo, smentirla come una bugia intera; giacché in realtà la confederazione del Reno non era che il compimento di quella vergognosa dipendenza, che i signori spirituali e temporali dei nostri paesi del Reno, i Wittelsbach, i Fürstenberg, i Galen, avevano stabilita già da gran tempo.
Ma la politica estera di Napoleone non si attenne a cotesti principii tradizionali; in grande e nell'insieme essa è un abbandono arbitrario dell'antica e sperimentata politica nazionale. Quando ogni esercito dell'Europa andò in frantumi ai colpi del conquistatore e il mondo parve stendersi davanti a lui come una sconfinata e nuda pianura in attesa dell'edificatore, la Francia gli era indifferente come forse qualunque altro popolo. L'impero dell'occidente, a cui egli sognava, poteva sostenersi soltanto mercé sacrifizi di ricchezze e di sangue, pei quali la potenzialità della Francia non era abbastanza adulta. Persino le provincie bellicose del nord e dell'ovest finirono col maledire l'avidità di conquista del dominatore. Bisognò trascinare incatenati i coscritti ai reggimenti e, sull'esempio delle dragonate di Luigi XIV, indire gli alloggiamenti nelle case dei genitori degli ascritti alla leva disertori. Il popolo oppresso dal peso dei balzelli salutò gli alleati al grido: à bas les droits réunis! La nazione distrusse con radicale durezza la vita peculiare delle sue provincie; e la comprensione delle nazionalità straniere le è sempre mancata del tutto. Ma quando la voglia di conquista dell'imperatore vagò fino all'Adriatico e al Baltico, anche lì, in mezzo a quel popolo spregiatore della storia, principiò a farsi udire forte il quesito, se il dipartimento delle Foci dell'Elba si sarebbe annesso all'impero con la stessa condiscendenza, con cui la Provenza aveva tollerato di sommergersi, trasformata in dipartimento delle Bocche del Rodano, nella piatta unità del regime francese. Sì; chiunque guardava un po' lontano riconobbe, che alla fine il nuovo impero di Carlomagno avrebbe infallibilmente annientato la nazionalità francese. L'imperatore volentieri si vantava, che la Francia sarebbe una nazione-sole circondata da nazioni-satelliti, e dichiarò ai vassalli, che i loro stati esistevano solo mercé la Francia e per la Francia. Singolare accecamento! La peculiare civiltà della Francia, come quella di ogni altro paese, era destinata a sparire in una nuova civiltà mondiale dell'occidente, non appena il grande sistema federativo sarebbe stato un fatto compiuto, e a Parigi sarebbe sorta l'Accademia europea pour animer, diriger, coordiner les institutions savantes de l'Europe; quando vi sarebbe fiorita quella letteratura mondiale, che Napoleone raccomandava al nostro grande poeta, e sulla Senna una Corte di Cassazione europea avrebbe spianato le contese del continente.
Il disegno dell'impero mondiale napoleonico era tutt'altro che francese, e ciò che Napoleone intendeva per Europa, lo proclamerà fino ai tempi lontani la potente rampogna del poeta tedesco. Enrico von Kleist gridò al difensore di Saragozza, che aveva
fermato la rabbia del torrente che, putrido come la peste, scatenato come l'inferno, ha schiantato l'edifizio di sei millenni augusti.
Il prigioniero di Sant'Elena si compiaceva di affermare, che l'idea della Santa Alleanza era stata rubata a lui; che egli appunto si era proposto di fondare una santa alleanza dei popoli, una pacificazione del continente in tal conformità, che per l'avvenire non fossero possibili in Europa se non guerre civili. Col fatto, l'impero mondiale di Napoleone avrebbe essiccato irreparabilmente i frutti squisiti della storia moderna, quella ricca varietà di forme nazionali, in cui risiede la superiorità della civiltà europea. Era una menzogna ciò che il detronizzato asseriva, che, cioè, egli con un Fox si sarebbe inteso: nessun britanno, che fosse un vero britanno, avrebbe potuto ammettere la durata di cotesto impero mondiale. Se il secolo decimonono si gloria, che mai prima del suo avvento l'infinito diritto della vita nazionale nello stato e nella chiesa è stato compreso con più chiara coscienza, tanto più le guerre napoleoniche ci appaiono non altrimenti, che come l'ultima gigantesca esplosione di quella politica di gabinetto del secolo decimottavo, la quale, sprezzando ogni diritto e ogni nazionalità, trattava i popoli come pedine, secondo l'umore dei regnanti. Ben a ragione i popoli ravvisarono subito nell'imperatore non altro ché il despota, il reazionario, che criminosamente si maneggiava per impastoiare il libero sviluppo di ogni vita nazionale. Egli stesso, l'imperatore, si compiacque di questa parte durante la sua ultima lotta disperata: nel 1813 rivide in sé stesso il domatore della rivoluzione, chiamato a cacciare gl'ideologi della Germania del pari e della Spagna. Perseguitò con odio personale ogni moto popolare. Furono innumerevoli i liberali tedeschi e spagnuoli che incatenò al remo come briganti. Ed è tanto comprensibile, che nelle singole corti gli organi dell'assolutismo aderissero a Napoleone, quanto è naturale, che aderisse a lui la burocrazia degli stati della Confederazione del Reno, e perfino alla corte di Berlino il partito del conte Voss.