Cotesta peculiare situazione dell'uomo nel suo tempo non permette di riassumere in poche parole il giudizio storico su di lui. La menzogna, la diabolica mezza verità è l'essenza del bonapartismo, come di ogni altro dispotismo livellatore. Quando Napoleone istituisce le sue otto Bastiglie e comanda di preporre al relativo decreto due pagine ridondanti di ragioni liberali giustificatorie; un caso, cotesto, che, come nessun altro, mette a nudo i gelosi intimi segreti del sistema; noi pensiamo di udire il Tiberio di Tacito. E il carattere della bilateralità, della mezza verità, si manifesta in Napoleone in modo assai più stridente che in altri despoti. Spesso l'imperatore è stato detto l'ultimo dei monarchi assoluti illuminati del secolo decimonono, e si è pensato che la Francia, la quale prima della Rivoluzione aveva conosciuto solamente la monarchia cortigiana, sia stata per la prima volta introdotta da lui nell'era del dispotismo illuminato. Senza dubbio la sua divisa «tutto pel popolo, niente dal popolo», designa anche la politica di Federico il Grande e di Giuseppe II: egli compì ciò che l'uno e l'altro iniziarono, senza per altro avere l'elevato e regale senso del dovere del re di Prussia, ma più risoluto di lui, più radicale, perché aveva trovato un mondo in frantumi. Ma con ciò non è punto esaurita la valutazione del posto che egli occupa nella storia di Francia. Egli non si trova affatto sullo stesso piano con cotesti riformatori legittimi. Era un usurpatore, ereditava la sua forza dalla distruzione fondamentale del diritto storico, e perciò si ergeva nemico fino alla morte contro le dinastie legittime. La coscienza dell'usurpazione non lo ha abbandonato mai. Nel primo mese del suo regno scrive la famosa lettera, così tagliente ed aspra, a Luigi XVIII; e, poco dopo, l'uccisione del duca d'Enghien mostra l'atteggiamento che assume coi Borboni: incessantemente, fino al tramonto della sua fortuna, sorveglia perplesso le mene della corte cacciata, e nel 1814 fa ancora fucilare un partigiano borbonico. Ma la corte e la sua nobiltà serbano verso le opere della Rivoluzione una condotta di gran lunga più ostile che non Napoleone, e non solo combattono come questo le idee liberali del 1789, ma anche il livellamento della società compiuto dal novello potentato.
Perciò la fama di eroe della libertà, Napoleone la deve sostanzialmente all'indocile pertinacia dei legittimisti. Cosa che fu verificata nei cento giorni. Non c'era ponte, che dal mondo sommerso, in cui vivevano e si agitavano i legittimisti, conducesse al cuore del popolo. Quando il bandito dell'Elba osò il colpo avventuroso, quell'abbagliante trionfo della potenza del genio, quell'evento della storia moderna che più ancora della guerra dei sette anni trasporta irresistibilmente al culto degli eroi; allora «una rivoluzione dei sergenti e del povero popolino» scoppiò in tripudio incontro all'imperatore della plebe. Appetto a un Artois e un Blacas egli parve davvero l'uomo della libertà, appetto ai clienti delle baionette straniere l'eroe della nazione. Solamente la classe media pensante e calcolante si tenne in disparte covando il rancore: essa conosceva il despota, presentiva nuove guerre, nuovi scompigli al benestare. Ma per poco che Napoleone fosse invece, come arguiva l'astuto Fouché, ritornato nel 1820, chi sa che i peccati della Restaurazione dentro e fuori la Francia non avrebbero spinto tra la nobiltà imperiale anche il ceto medio, e preparata all'imperatore una vittoria duratura?
Fatto sta, che il despota rivoluzionario era nemico del feudalismo insieme e del liberalismo, e noi non possiamo in nessun modo stimare, insieme col nipote, una tal situazione come un giusto mezzo prudente e ragionevole. Un uomo come lui, noi non lo giustifichiamo col servile luogo comune, che un'età di partiti in lotta deve necessariamente finire nella monarchia assoluta. Cotesta proposizione è una verità solo rispetto ai popoli la cui forza morale è spenta. Come mai tornerebbe adeguata una tale discolpa al còrso, il quale ha coonestato fino alla noia la propria azione con le pecche dei francesi, eppure giorno per giorno lavorava sistematicamente a tirare al grande tutti i difetti di quel popolo? Quanto diverso effetto si era ripromesso dal proprio ufficio Cromwell, il quale, come ebbe afferrato il timone, si adoprò con leale sforzo a produrre uno stato di libertà, un settlement alla nazione! Il carattere a due facce, vero a metà, del bonapartismo si tradisce in modo sorprendente nell'attitudine incerta di Napoleone davanti alle idee del suo tempo. Ora egli dileggia gl'ideologi, ora li teme, ora sente di essere quel che è soltanto in virtù della Rivoluzione e di dover la propria grandezza alla potenza generatrice di quella terra madre; ora in fine si sforza costantemente di soffocare, secondo il costume dei despoti, il libero pensiero. S'indovina facilmente, con quanta comodità cotesto sistema, che presenta egualmente la faccia da due lati, può essere sfruttato proprio dagli agili epigoni; oggi adescando i democratici all'esca dell'eguaglianza dell'impero, domani infatuando i letargici borghesi con lo specchio abbagliante di quel regime imperiale, che tiene a freno «l'anarchia degli spiriti, la più terribile nemica della vera libertà»! E finalmente al bonapartismo, che non ha mai patito penuria di frasi ben sonanti, rimane ancora l'ultimo spediente: pigmei come noi siamo, vediamo sempre un lato solo dell'imperatore, non ne vediamo mai per intero la gigantesca figura.
II.
Al giudizio storico sereno la politica estera di Napoleone compare di gran lunga più infelice, quantunque proprio quella costituisse per lui stesso il contenuto più importante della sua vita. Tutti i suoi ritrovati civili non gli servirono che di sgabello alla gloria militare. Il nipote non ci convince, quando contesta tale verità e, per combatterla, si richiama al noto fatto, che Napoleone non portava sciabola, e che in ogni occasione dava sempre la precedenza ai magistrati civili sui generali dell'esercito. Ebbene, Cromwell portava la sciabola del comando, e, fino alla morte, tenne le contee nemiche sotto il comando del suo generale maggiore. Ciò non ostante, il dittatore inglese è uno statista, un supremo magistrato civile appetto al soldato Bonaparte. Egli era un pacifico borghese salito ai fastigi del potere come capo di un partito, e portava la spada solamente per condurre il partito alla vittoria definitiva, per comporre le contese intestine, per fondere i tre regni in un unico potentato e affidare l'elevazione della propria patria alla forza direttiva del protestantismo. Nemmeno per un momento perde di vista la meta, che era quella di stabilire un governo pacifico e libero; salvo che, tra le turbolenze della sua breve signoria, non gli fu dato di raggiungerla. Non così Bonaparte. Soldato nelle midolle, tradisce lo spirito del reggimento anche durante il colpo di stato. «Ricordatevi», esclama minaccioso, «che io marcio accompagnato dal dio della vittoria e dal dio della fortuna». Nei suoi sogni passavano immagini abbaglianti di lotta e di vittoria; egli medesimo confessa, che lo schieramento dei reparti e dei reggimenti della sua armata gli procuravano un più profondo godimento, che non forse l'opera del poeta o del filosofo. Quando a Sant'Elena pendeva tra la vita e la morte, descriveva con eloquenza come nel mondo di là avrebbe ritrovato Annibale e Federico, Kléber e Desaix, coi quali avrebbe parlato del mestiere, notre métier: ed è morto con la parola armée sulle labbra. Egli non ha avuto il compito, finché visse, di domare provincie sediziose, come l'ebbe Cromwell, né, come questo, ha trovato un paese dal credito scosso, che bisognava ricondurre al posto dovutogli nel mondo. Fin dal 1801 avrebbe potuto mantenersi negli onori della pace, e mantenere lo stato ad un'altezza, non mai prima raggiunta, di potenza e di gloria. Solamente la sua volontà, il suo spirito di conquistatore lo trascinò di nuovo di vittoria in vittoria, il suo istinto soldatesco gl'ingiunse d'interrompere il corso dell'ordine civile coi tribunali militari, e di soffocare con guerre senza fine la libera vita economica appena sul germoglio. Perciò tenne fino all'ultimo l'esercito sotto il proprio entusiasmo, quando già da tempo la nazione si era straniata da lui. Perciò, quando tornò nei cento giorni, fitte schiere di sottufficiali congedati lo accolsero con acclamazioni frenetiche per le scale e le anticamere delle Tuileries: quell'esercito di lanzichenecchi era il popolo di Napoleone. Perciò nella poesia di tutti i popoli è celebrato in figura di un gran principe guerriero, come Attila e Gengischan, laddove il filosofo, l'uomo, il re Federico viene sovente glorificato dall'arte come l'eroe delle genti. I puri monarchi vivono nella memoria degli uomini come legislatori e fondatori di stati, perché ancora più grandi in pace che in guerra. Il poeta svevo glorifica l'aquila di Federico, che copre con le sue ali d'oro gli abbandonati, i senza patria. Il nome di Napoleone sonerà all'orecchio delle generazioni venture come il fischio echeggiante delle palle e il rimbombo del cannone.
La guerra fu economicamente e moralmente la forza animatrice del suo governo: economicamente, perché col modesto sviluppo del benessere interno il bottino dei paesi stranieri offriva l'aiuto indispensabile a sostenere la dispendiosa amministrazione burocratica; moralmente, perché egli sapeva, e il pretendente Luigi Bonaparte lo ha sovente confessato, che le aspirazioni di libertà si potevano stordire solamente con la pompa guerriera e la gloria. Era un dominatore troppo grande per concepire che un regno potesse sostenersi senza entusiasmo e passione. Ma il solo entusiasmo, che egli stesso sentiva e che solo tollerava nell'anima dei suoi schiavi, era il fanatismo per la sua propria grandezza e per la gloria delle armi francesi. Era cotesto il pathos del suo trono. Il mondo ora sa, e qui di nuovo la parola torna a proposito, che Napoleone si reggeva sulle passioni pericolose dei francesi. Non è a dire la corruttela che fomentava nella nazione il fragore di guerra dell'impero, e come penetrassero profondamente nella quiete dei focolari francesi la sopraffazione, lo spirito di avventura, la smania di avere e di dominare. Ogni moderazione, ogni pietà verso le istituzioni tradizionali doveva necessariamente inaridire dalle radici in una generazione, che aveva abbattuti tanti troni, disfatta la fortuna di tanti popoli, e aveva celebrate coteste vittorie con gioia frenetica, mentre fra i vincitori uno solo sapeva i guai che costavano.
Abbiamo riconosciuto come una delle cause essenziali dei mali interni dello stato lo scarso senso del diritto dei francesi. Altrettanto minor comprensione la nazione finora ha mostrato del diritto dei popoli stranieri. Quel po' di senso che ancora ne sopravviveva alle guerre di rapina di Luigi XIV e della Convenzione, andò sommerso nell'ebbrezza delle vittorie dell'impero. Sembra sovente, come se i nostri vicini sentissero in segreto la verità, che cotesto popolo privilegiato ha operato davvero genialmente, da creatore, quasi soltanto in guerra. In tale cieca voluttà della guerra tutti i partiti s'incontrano. Pei radicali è cosa stabilita, che la democrazia armata della Francia sia la sua costituzione naturale; pei legittimisti Chateaubriand assicura: la France est un soldat: in questo paese la libertà deve nascondere sotto l'elmo il suo berretto rosso. Lo stesso Lamartine, che è uno dei più inflessibili nemici del bonapartismo, pure racconta pateticamente, che alla rivoluzione della libertà è succeduta la controrivoluzione della gloria; e con compiacimento vediamo, che nell'opera sulla guerra, scritta dall'apostolo della pace Proudhon, spunta cento volte, attraverso i moniti pacifisti, l'entusiasmo per la phénoménalité de la guerre. La ragione e l'equità ammutiscono, perfino il contegno vien meno al popolo del bon ton, non appena gli guizza davanti agli occhi il fantasma della gloire. Tutta la Francia giubilò, quando Napoleone ammassò nelle sale del Louvre i tesori di arte delle nazioni, e nessuno mosse biasimo che egli, come un tempo il romano gli dèi dei vinti, avesse rapito per la Francia l'immagine della madonna di Loreto. Ma un grido d'indignazione corse il paese, quando gli alleati ridomandarono i tesori predati; e ancora oggi il catalogo ufficiale del Louvre racconta con morale disdegno, come vergognosamente i Prussiani nel 1815 saccheggiassero le collezioni imperiali. L'intenzione, che dopo la battaglia della Belle-Alliance ebbe il nostro Blücher, di far saltare il ponte di Jena, è biasimata senza eccezione da tutti gli storici tedeschi. Noi ringraziamo il cielo, che il tratto brutale non ebbe compimento, e che la gloria dell'eroe ci è rimasta pura di quella macchia. Ma il francese pensa della gloria ben altrimenti. Nel museo di Versailles è esposto il quadro di Vafflard sulla gloire de Rossbach. Quest'opera eterna il fatto, che sul campo di battaglia di Rossbach i soldati francesi ridussero in frantumi il monumento della vittoria; e il pubblico contempla soddisfatto l'eroica gesta della grande armata.
L'ardente ambizione guerresca di questo popolo era ringagliardita fin dal tempo antico da una particolare aberrazione della fantasia nazionale, che possiamo chiamare il romanismo dei francesi. Da lungo tempo il genio della nazione si è con decisa gelosia alienato dagli elementi germanici, ai quali pure la Francia va debitrice di una gran parte della sua grandezza. Sieyès espresse semplicemente un comune pregiudizio nazionale, quando dichiarò la guerra ai nobili alemanni, tiranni dei civili galli e romani: anche il freddo Guizot sa raccontare meraviglie dello esprit gaulois. Nella nazione regna tuttora fissa la credenza, che la Francia sia l'erede delle antiche tradizioni romane. Qui tocchiamo uno dei più delicati segreti della nazionalità. Noi germani non comprendiamo facilmente per quale magia demoniaca la grandezza dell'antica Roma agiti ancora oggidì il cuore dei popoli latini. Le gloriose memorie della storia romana, che per noi sono un oggetto di fredda indagine erudita, per quelli serbano tuttora la potenza di una viva realtà: circa un millennio e mezzo dopo la caduta dei Gracchi, il gran nome tribunus plebis ha potuto gittare in passionate agitazioni il popolo neolatino. La romanità presta anche ai francesi alcuni tratti caratteristici, che rispondono alla loro propria natura: la boria nazionale, l'ambizione militare, la rigida unità statale. La storia di Roma, sfigurata come è dalle scuole dei retori dell'antichità, esercita col suo pathos eroico un'azione di rapimento sopra un popolo, la cui fantasia è sempre stata più retorica che poetica. Gli astratti modelli di virtù degli annali romani si conformano compiacentemente allo stilizzato e coturnato incesso della scena francese. L'esempio luminoso della dominazione universale di Roma ha singolarmente sedotto la vanità dei francesi. Questo popolo non sa dimenticare, che un tempo, presso la Senna, Giuliano fu levato sugli scudi dalle sue legioni, e che da Parigi iniziò la conquista del mondo. L'univers sous ton règne! acclamavano al Re Sole i raffinati poeti cortigiani. La coscienza della corte e del popolo si è sempre scaldata allo splendore dei Cesari. La nazione non è stata mai così soddisfatta, come quando ha ritrovato il proprio orgoglio signoreggevole incarnato nella figura di un grande sovrano. Anche del primo re borbonico l'iscrizione del monumento al Ponte Nuovo dice: Henricus magnus, imperator Galliae. Un Voltaire, abbagliato dalla gloria cesarea di Luigi, striscia tutto in ammirazione nella polvere davanti al nemico mortale della libertà di fede degli ugonotti. Luigi Napoleone espresse l'anima della maggioranza della nazione quando una volta gridò a Lamartine: «Noi dobbiamo tutto a Roma, tutto, fino al nome».
Cotesto vano baloccarsi con le antiche reminiscenze ebbe un nuovo rigoglio durante la Rivoluzione, per ciò appunto, che gli eroi repubblicani dell'antichità furono prediletti e celebrati e scimmiottati: pudibondi eroi di virtù, incedenti sui trampoli, senza carne e senza sangue, quali Plutarco li ha descritti e Rousseau levati al cielo. In ogni club si ergeva un Catone, un Bruto, un Aristogitone in berretto rosso, e domandava che fosse pronunziato il videant consules, se mai la repubblica non fosse per incorrere nelle forche caudine. L'Anacreonte della ghigliottina spediva con sconci lazzi le sue vittime alla morte. Pindaro Lebrun cantava in ampollosi peani la gloria della repubblica. I bravi allobrogi danzavano in Savoia la carmagnola intorno all'albero della libertà, e la dominante repubblica prendeva sotto la sua protezione le repubbliche figlie di Batavia, di Partenope, della Cisalpina. Se il culto cesareo dell'antichità menò alla morte della libertà, noi nello sfatto catonismo dei giorni repubblicani possiamo riconoscere il sintomo della stessa vanità, dello stesso morbo politico. Allora come ora la nazione trattava con la fantasia le rigide bisogne della politica, crapulava in vuoti fantasmi di sogno, delirava per particolari personaggi, invece d'intendere a mente pacata le istituzioni date, e di perfezionarle. Proprio così: il catonismo della rivoluzione non può non apparire a un occhio sincero altrettanto falso e caricato, quanto il culto cesareo del tempo dei Borboni. Perché, se era inevitabile che andasse in iscena, poteva almeno scegliere una parte, che rispondesse al talento del mimo. Per contro, nel leggero sangue gallico non scorre una sola goccia di modestia e pietà romana, di stoicismo catonico. Soltanto nelle nature solitarie e affatto originali l'avversione alla facile maniera di amare e di vivere propria della nazione provoca uno stoicismo rude e tutto personale. Da tali Catoni, da un Carnot, da un Cavaignac, sono derivati quei giudizi, troppo spesso ripetuti, sull'incurabile corruttela dei francesi: giudizi, che per ciò son privi di ogni valore, perché nessuno è autorizzato a pretendere da un gran popolo, che muti di carattere come di un vestito; nessuno è in diritto di domandare a un uomo ardente e geniale, che conduca la vita di un santo stilita.
L'enfasi teatrale dei retori repubblicani era del tutto ipocrita e innaturale. A confronto con quella, il rinnovamento dell'antico culto cesareo, che riprese i suoi diritti sotto Napoleone, sembra un ritorno alla natura. Anche in questo caso verifichiamo con orrore, quale fosse la sicurezza diabolica con cui l'imperatore conosceva le debolezze del suo popolo. Espresse egli il principio, che nell'azione e nella parola bisogna sempre operare sulla fantasia degli uomini; e il discepolo di Talma seppe stupendamente occupare con pomposi spettacoli la fantasia della nazione. Né si vergognò di rappresentare anche esso la sua parte nella mascherata politica: già imperatore, rivestì il tarlato uniforme di console per passare la rivista sul campo di Marengo; al campo di maggio andò in tricot e mantello antico. Perfino quando cadde dal trono, egli da attore consumato si aggiustò ancora una volta la toga in pieghe pittoresche: «come Temistocle», scrisse al principe reggente, «cerco asilo al focolare del popolo inglese». Commediante, commediante! borbottò papa Pio, quando l'imperatore lo lasciò, dopo una scena retorica di forza. I caricaturisti inglesi del tempo, con occhio sicuro, penetrante nel punto debole dell'avversario, rappresentano il piccolo Bony come uno smargiasso da teatro. Il linguaggio fanfarone dei suoi bollettini e dei suoi proclami, modellato per metà sul largo pathos degli eroi ossianici, e per l'altra metà sulle reminiscenze dell'enfiatura dei discorsi della Convenzione, sembrava creato apposta pel più vano dei popoli. Sapeva con tocco e tatto da maestro cavar fuori dalla storia romana e ridare la vita precisamente alle immagini, che parlavano al cuore della «democrazia armata» della nuova Francia. Distribuì ai suoi reggimenti quelle aquile, che il condottiero democratico Mario aveva date alle legioni romane, e che il monarca democratico Cesare aveva portate attraverso l'orbe. La nazione si conformava con sciagurato ardore all'immoralità della Roma imperiale. Il senato di Tiberio non disse nulla più servile della parola di quel Daru, che gridò ai tedeschi: «la volontà dell'imperatore è irrevocabile come il fato», o di quei consiglieri di stato, che dichiararono al dominatore: «Voi sarete apprezzato degnamente dagli avvenire; state troppo in alto, per essere compreso dai contemporanei». La nazione in principio era realmente entusiasmata: i suoi più cari sogni, essa li vedeva effettuati; ché, dopo le splendide campagne dell'imperatore, specialmente dopo la battaglia di Austerlitz, i Galli sembravano davvero gli eredi dei Cesari romani.